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Voci bianche a Montecitorio

qui
si può scaricare
l´intero romanzo
in formato pdf



prologo
Capitolo 01:  l´assalto
prologo 2
Capitolo 02:  la rimpatriata
Capitolo 03:  uno strano amico
Capitolo 04:  l´onorevole e il cameriere
Capitolo 05:  una ricerca scolastica
Capitolo 06:  una giornata no
Capitolo 07:  una rabbiosa chiacchierata
Capitolo 08:  la prima grossa bastardata
Capitolo 09:  piromani all´attacco
Capitolo 10:  un coro di voci bianche
Capitolo 11:  padre e figlio
Capitolo 12:  una vita, 25 euro
Capitolo 13:  la decisione
Capitolo 14:  le regole del gioco
Capitolo 15:  comincia lo spettacolo
Capitolo 16:  ... ma non durerà molto
Capitolo 17:  il pedinamento
Capitolo 18:  l´esodo
Capitolo 19:  la predica e le resurrezioni
Capitolo 20:  la resa
Capitolo 21:  l´attacco
epilogo

Per chi va di fretta
I punti salienti


NB: qua e là ci sono alcuni (pochi) tagli, segnalati con degli omissis, che non dovrebbero comunque compromettere la comprensione del testo. Potrò spiegarne la ragione solo se e quando ci saranno le condizioni per eliminarli


Ho scritto questo romanzo perché avevo tante, troppe cose da dire.
Ma a me non piace parlare da solo, così eccolo qui, pronto a prendervi, senza altri costi oltre a quelli della vostra connessione…

Se vi va, la mia casella di posta
raf.derose@gmail.com
è pronta a ricevere qualsiasi sorta di critiche (sempre bene accette), di insulti (questi, meno graditi, ma quando tocca… tocca), o… al vostro buon cuore.

Se poi volete darmi un piccolo aiuto, leggete qui come fare.

Capitolo 19: la predica e le resurrezioni


Nella città di Napoli c´è un gran fermento, nonostante l´ora.
Intanto, una febbrile attività in questura. Molti nomi pronunciati dall´onorevole Esposito sono noti, ma bravo chi li becca, visto che perlopiù sono persone già latitanti da anni. Altri no, e sono una gran bella sorpresa. Intanto, quelli di famosi imprenditori, alcuni in effetti piuttosto chiacchierati. Poi, quelli degli amministratori locali e dei dirigenti pubblici che, all´interno delle istituzioni, facevano la loro parte concedendo gli appalti e spendendo i finanziamenti, stanziati o no. Molte auto partono a sirene spiegate verso vari indirizzi, alcuni dei quali, si spera, potrebbero anche contenere la sorpresa nell´uovo, tipo qualche boss introvabile da decenni.
Altro movimento, di tutt´altra specie, in un paio di quartieri periferici della città, e in alcuni comuni limitrofi. Famiglie intere che, gridando e bestemmiando, saltano in macchina e cercano di correre lontano dalle loro case, senza pensare che con certa roba sotto il balcone ci hanno vissuto per anni, e non sarà qualche ora, o anche qualche giorno in più, a portarli nella tomba. Un traffico isterico, da ora di punta, un assordante concerto per clacson, motori e imprecazioni, ogni tanto qualche schianto senza compilazione di modulo blu, l´importante è andare subito via da lì.
Altrove, la trasmissione televisiva viene seguita con maggior calma e, ora, più concentrazione. Come spettacolo non è stato male, finora, ma fra un po´, sembra, si farà ancora più emozionante. Quando arriveranno in aula i killer della camorra e faranno piazza pulita di tutti i presenti. Meglio dei film di Schwarzenegger!
Le telecamere inquadrano, occasionalmente, l´ordinato sgombero che sta avendo luogo mentre il parlamentare napoletano racconta particolari inquietanti e sconosciuti sulla crisi dei rifiuti nella zona che, qualche tempo prima, aveva riempito le pagine dei giornali. Tutti capiscono lo scopo di quel movimento, cioè mettere in salvo i deputati rimasti prima dell´arrivo dei sicari, considerato, a quanto pare, inevitabile nonostante lo spiegamento di forze dentro e fuori del palazzo. Anche in questo caso ci sono due correnti di pensiero. Una, buonista, che plaude alla, per molti versi incomprensibile, sensibilità dei terroristi, che così facendo rinunciano anche alla possibilità di farsi scudo con i presenti contro l´attacco atteso. L´altra invece porta i suoi sostenitori ad inveire contro i tre rimasti del commando, che fino allora avevano considerato degli eroi, protestando che avrebbero dovuto far rimanere tutti dentro e farli saltare in aria quando fosse stato il momento.
In ogni caso, c´è in giro un´attesa spasmodica.
In aula, ormai oltre la metà dei deputati è andata. Quelli ancora all´interno seguono con calma, ma sempre più con ansia, con gli occhi che ballano in continuazione fra l´orologio al polso e gli ingressi all´aula, dove da un momento all´altro può affacciarsi una banda di assassini con i mitra spianati a sputare fuoco all´impazzata.
Fra questi, una vecchia conoscenza dell´ingegner Luberto, che si sta ordinatamente accodando ai colleghi vicini per lasciare l´aula a sua volta.
Fausto gli si para davanti quando raggiunge la gradinata che conduce all´uscita.
- Onorevole Vordone, lei dovrebbe scendere giù, cortesemente. Può andare a sedere in uno dei posti per i membri del governo. La raggiungerò fra poco.
Il parlamentare lo guarda a bocca aperta, confuso e terrorizzato. Per la prima volta da quando ha avuto inizio quell´incredibile invasione, nota qualcosa di familiare nel volto del terrorista che lo ha fermato
- Ma… noi ci conosciamo? - chiede.
- Onore´, siamo compaesani, vuole che non la conosca? Un po´ di anni fa lavoravo per lei, in un certo senso. Quand´era vicesindaco, ricorda? E andava a raccontare in giro che, ai suoi ordini, avevo truccato il sorteggio per la designazione degli scrutatori.
Il deputato mostra di non capire. Fausto non si sorprende: per lui quell´episodio era stato causa di incredibili fastidi, di indignazione, di rabbia e disgusto; per l´onorevole, una delle tante piccole porcherie che non poteva tenere tutte a mente.
- Io… - prova ad opporsi, guardando gli altri suoi colleghi che continuano a lasciare l´aula, ma lo sguardo deciso dell´uomo che lo ha fermato non pare accettare repliche. E, finora, tutto ciò a cui ha assistito ha dimostrato in maniera inequivocabile chi è che comanda, là dentro. Poi, tremando: - Volete uccidermi?
- Vuole scherzare? Sporcarci le mani con una mezza cacchetta come lei? No, stia tranquillo, è solo che un suo grande ammiratore vuole avere l´occasione di salutarla, prima. Prego - fa infine, indicando i gradini che scendono verso il centro.
Il deputato obbedisce, perplesso. Scende gli scalini voltandosi continuamente a guardare Fausto, e la pistola che stringe in pugno, e infine va a sedere sul primo seggio libero della fila inferiore destinata al governo. Angosciato, fissa i suoi colleghi che vanno via senza degnarlo di uno sguardo, e lancia occhiate impazienti a quello stronzo che ancora sta raccontando dei suoi velenosi affari con la camorra e pare non abbia nessuna intenzione di voler concludere.
Come ad esaudire una sua tacita preghiera, finalmente l´onorevole Esposito chiude il proprio intervento e indirizza lo sguardo sul gigante che ha accanto, confidando nel suo via libera.
- Molto bene, onorevole. Complimenti per il suo brillante intervento. La strozzerei volentieri, ma ci siamo fissati delle regole alle quali mi devo purtroppo attenere. Mi auguro che ci pensino i suoi amati concittadini a farlo.
- Posso andare? - chiede il deputato napoletano.
- Quanta fretta! Devo pensare che detesta la nostra compagnia?
- No, no, per amor di Dio, no!
Amor di Dio! Un lestofante del genere che si appella al Signore. E come fa la gente ad andare ancora dietro alla religione?
- È questione di pochi minuti ancora. Abbiamo qualche ultima cosetta da dire, e ci secca farlo ad aula vuota.
Ormai la grande sala è quasi del tutto sgombra, e il poliziotto immagina che, appena dentro non sarà rimasto più un ostaggio, la trasmissione televisiva sarà immediatamente interrotta. E prima che ciò avvenga, dovrà spiegare alla gente che ancora la segue il motivo di quella bravata.
- Signore e signori… pare che lo spettacolo che con tanta cura abbiamo organizzato sia destinato a chiudere i battenti, con largo anticipo rispetto ai tempi previsti - declama al microfono, con lo sguardo rivolto verso una delle telecamere. Parlerà a braccio. Avevano pensato di preparare un discorso da leggere al momento opportuno, ma poi avevano scartato l´idea. Sarebbe sembrato falso, artificioso, poco convincente. Era importante che tutto risultasse autentico, invece. Anche per questo avevano deciso che fosse lui il portavoce del gruppo, e non un attore professionista ben allenato a parlare in pubblico: sia perché, con la sua agilità, sarebbe stato il primo a compiere l´irruzione, sia perché la voce ben impostata e priva di inflessioni dialettali di Giampiero, in teoria il più adatto per quel ruolo, avrebbe rischiato di dare allo spettacolo un vago sapore di soap opera. Il suo vocione basso e roco, sgradevole, e la sua pesante cadenza calabrese, avrebbero reso meglio l´idea della solenne incazzatura che li aveva spinti a quell´impresa. - Spero che quanto avuto modo di assistere finora sia stato di vostro gradimento. Prima che cali il sipario, però, vorrei invitarvi a riflettere su quello che avete ascoltato, che purtroppo è solo una piccola parte di ciò che avviene sotto il nostro naso, vicino alle nostre case, e con i nostri soldi. Con il nostro benestare. Con il nostro voto.
Una pausa, per riprendere fiato e raccogliere le idee. Era sembrato più facile, durante i preparativi. C´è anche un po´ di stanchezza. - Abbiamo progettato quest´azione perché ognuno di noi è stato colpito in ciò che aveva di più caro, e volevamo giustizia. No, non è vero, diciamo le cose come stanno: volevamo vendetta, non mi vergogno ad ammetterlo. Vendetta! Volevamo fargliela pagare, e cara. Mi riferisco ai signori che sedevano qua dentro. Mi sarebbe piaciuto scorticali vivi, e appenderli in piazza per darli in pasto ai corvi, come si faceva una volta con i pirati. Altro che moratoria della pena di morte! Sì, loro, proprio loro, non i piromani che mi hanno bruciato la casa, o gli intrallazzatori che hanno tolto ai miei amici il lavoro, o la speranza di trovarne uno e condurre una vita onesta e dignitosa, per sé o per i propri figli. I veri responsabili, i veri colpevoli sono gli elegantoni che siedono su queste sedie, e ci offrono una società fondata sull´inganno, sul malaffare, sulla negligenza. Sul degrado. Sulla corruzione.
Si ferma di nuovo, per un bicchiere d´acqua. Caspita com´è difficile tenere comizi! - Volevamo fargliela pagare, dicevo. Sarebbe stata cosa buona e giusta. E siamo certi che almeno la metà degli italiani avrebbe apprezzato. Ma è stato per questo che, man mano che il nostro progetto prendeva forma, e diventava qualcosa di realmente fattibile, non soltanto un rabbioso vaneggiamento, abbiamo… ripensato tutto. Abbiamo pensato che, con la nostra vendetta, avremmo potuto creare dei martiri…
Scoppia a ridere. Una risata grassa, indisponente. Isterica.
- Martiri… ´sti deficienti! Sono così coglioni che probabilmente non si rendono conto nemmeno loro di quello che stanno combinando, di dove ci stanno portando. E poi… e poi avremmo rischiato anche di dare noi stessi un altro brutto esempio. E un suggerimento sbagliato. Che si possa risolvere qualcosa con l´uso delle armi. È la prima cosa che viene in mente quando ti fanno incazzare… ma quando mai le incazzature hanno suggerito buone idee?
- Specie se le aiuti con una solenne sbronza - interviene Fausto, ricordando com´era nato il loro folle progetto.
- Ehm, già. Così abbiamo pensato che… sì, qualcosa volevamo, dovevamo fare. Ma doveva essere qualcosa di giusto, non di sbagliato. Non qualcosa che ci facesse precipitare al loro stesso livello, o potesse addirittura offrir loro degli alibi. Allora ci siamo voluti divertire a mostrarvi il vero volto di questi signori, senza maschere e senza maquillage. Niente di nuovo, né di sorprendente, d´altra parte. Sappiamo da sempre che molte delle persone che deleghiamo sono indegne dell´incarico che gli affidiamo, eppure corriamo ogni volta a dargli il nostro voto, e così il nostro appoggio, la nostra forza. Diventando in questo modo loro complici, e corresponsabili della nostra stessa rovina. Alcuni lo fanno per bisogno, perché offrire il proprio sostegno ad un potente è l´unica speranza che hanno per essere aiutati. Spesso, solo una stupida illusione, se pensiamo alle centinaia di migliaia di disoccupati che vengono mantenuti tali per avere sempre una buona riserva di voti alla quale attingere. Altri lo fanno perché credono di sostenere un amico, o parente, o qualcuno che stimano realmente, e spesso sono solo dei baccalà messi in lista per racimolare consensi che finiranno altrove. Altri ancora corrono al seggio elettorale perché temono, altrimenti, di lasciar decidere gli altri. Come se dare il proprio voto a qualcuno che si sa benissimo chi sia significhi decidere da sé. E se lo significa… complimenti, bella decisione!
Ancora qualche istante di silenzio, come per guardare negli occhi un´ipotetica platea, mentre si accinge ad avanzare una prima proposta. - Ma perché non glielo rifiutiamo, questo maledetto voto? Se dobbiamo scegliere un nome solo perché si è presentato, in una lista di altri nomi simili, bruciamole quelle dannate tessere, almeno finché certa gente non si sarà messa da parte, e non si faranno avanti persone veramente degne di rappresentarci. Certo, qualcuno sarà eletto lo stesso, con i voti suoi e dei suoi galoppini, ma potrebbero ostentare ancora tutta quella tracotanza sapendo di avere dietro solo il dieci per cento dell´elettorato, e non l´ipotetica forza di una massa informe, incosciente e supina dell´ottanta, novanta per cento?
Un´altra pausa è d´obbligo, a questo punto, per lasciar decantare il concetto.
- Comunque sia - riprende - non è per predicare l´astensionismo che siamo qui oggi, anche se sarebbe un buon modo per cominciare a farci sentire davvero, con l´unico voto sensato che oggi potremmo dare: il non voto. Siamo qui per chiedere che cessi questa maledetta commedia degli equivoci che è diventata la nostra vita sociale. Siamo qui per chiedere che la legalità, la logica e il buon senso siano ripristinati in questo paese, e che chi sbaglia paghi. E che paghi di più chi provoca più danni, anche se va in giro in giacca e cravatta anziché indossare una calzamaglia o un passamontagna. Se un ladro, o un assassino, merita venti, trenta anni di carcere… e se li deve fare, tutti, calci in culo a chi lo rimette in libertà senza nessun motivo!… chi si mette in tasca le nostre ricchezze merita il doppio, il triplo di quella pena, perché in molti casi è stato lui ad armare la mano di quel criminale. Se un rapinatore entra nella vostra casa o nel vostro negozio con una pistola in mano, se un mafioso vi punta un´arma addosso per esigere il pizzo, se venite scippati per strada, o vi ammazzano la moglie o il figlio per derubarli di qualche spicciolo, o anche solo perché sono ubriachi e al volante di una macchina, i mandanti morali sono i lestofanti che gozzovigliano in questi palazzi. Prima di tutto per l´esempio, perché quando chi guida una nazione dà testimonianza di disonestà impunita, non può aspettarsi un comportamento retto, e il sacrosanto timore di una pena, dalla gente che governa. Poi per le garanzie offerte dal lassismo delle istituzioni che controllano e dalle leggi che promulgano, sempre più permissive, sempre più a tutela dei criminali. Infine con il movente, perché ogni centesimo sottratto alla spesa pubblica provoca malessere, indigenza, disperazione, e spinge chi non ha di che vivere ad armarsi e sottrarre ciò che gli serve a chi gli sta accanto. Per tutto questo, devono pagare. Non qualche ridicola condanna simbolica con la condizionale, non il vergognoso perdono con il patteggiamento, non i servizi sociali o gli arresti domiciliari… cazzo, anche a me piacerebbe starmene chiuso in una bella villa, davanti a un televisore o a giocare a carte, piuttosto che andarmi a fare un mazzo così per portare a casa un tozzo di pane: questa la chiamate punizione? Carcere duro, lavori forzati, senza sconti e senza privilegi, perché siano puniti davvero quando commettono illeciti, e perché si guardino bene dal commetterli quando decidono per noi, e del nostro futuro. Devono pagare! Per la gente che vive nel terrore e nell´indigenza. Per gli orfani e le vedove che si dibattono nella disperazione. Per i morti innocenti che giacciono nei nostri cimiteri.
- Siamo qui per chiedere - conclude, finalmente, dopo un´ultima pausa - a chi è stufo di subire, stufo di farsi depredare, stufo di dover tremare, di farsi avanti e pretendere a gran voce queste cose. Con forza. Con determinazione. Con convinzione. Gli striscioni "e adesso ammazzateci tutti" non servono a niente e non fermano nessuno, anche se chi sta dall´altra parte ama farci credere il contrario. Serve di più. Non dico imbracciare i fucili, perché sarebbe terribile, ma qualcosa di più deciso, di più incisivo. Prima che ricorrere ai fucili diventi l´unica via percorribile.
Nessun applauso in sala. Perché ormai è deserta, e perché comunque la sala non avrebbe gradito.
Il comizio, in ogni caso, è finito. Avrebbe voluto fare di meglio, dire un sacco di altre cose, e anche ciò che ha detto in maniera meno concentrata e confusionaria, ma avrebbe dovuto parlare per ore, e non hanno tutto questo tempo a disposizione.
- Ora chiedo scusa a tutti, ma ruberemo un paio di minuti per altrettanti messaggi strettamente personali.
Con un cenno di assenso, invita Fausto al suo microfono.
- Stefano, immagino che tu stia assistendo, in questo momento… - esordisce l´ingegnere, per poche, sentite parole. -Una volta volevi salvarlo, il mondo. Non ti ci mettere contro. Non seguire gli insegnamenti dei bastardi che stavano qua dentro, non schierarti dalla loro parte. E non schierarti dalla parte di quelli che fra un po´ mi uccideranno. Quello che ho fatto, oggi, l´ho fatto solo per te. Spero… fa che non sia stato inutile.
Non c´è spazio per altri discorsi. Deve sperare che bastino quelli che gli ha fatto nel corso di vent´anni vissuti assieme, e lo convincano quelli scritti con il cuore in gola durante i giorni dei preparativi, e stampati su un foglio chiuso in un cassetto del suo comodino. Si sposta, e lascia di nuovo il microfono a Raffaele.
- Bene. E dopo la stringata comunicazione del mio amico ingegnere… prima di andare via, onorevole Vordone, vogliate gradire gli omaggi di un vostro grande… estimatore. Rocco, tocca a te - conclude, guardando verso i banchi in basso all´estrema destra utilizzati come deposito cadaveri.
Due mani si affacciano dallo scranno, afferrano il bordo di legno scuro, e tirano su il proprietario, il defunto onorevole Domenico Iacchetti.
L´uomo si solleva da dietro il banco sfoggiando la ferita mortale che ancora gli imbratta, sul petto, giacca e camicia. Si sposta su un lato per guadagnare il primo gradino, poi scende al centro e si avvicina, camminando come uno zombie. Non è un atteggiamento voluto, ore e ore sdraiato a terra senza muoversi per non fare rumori, e rischiare così di farsi scoprire, non sono esattamente la cura migliore per la tonicità dei propri muscoli. Ma è comunque un gran bel vedere, in aula, e a casa, davanti al televisore, dove tutti gli spettatori sobbalzano e assistono tremanti all´implacabile avvicinamento. Gli estimatori del genere sono tentati di lasciarsi andare in un eccitato applauso. Sono molti a pensare che l´organizzatore di quello spettacolo dovrebbe scrivere thriller, avrebbe di sicuro un successo mondiale.
Il morto vivente raggiunge l´onorevole Vordone, lo fronteggia, e sibila: - Vorrei ucciderla con le mie mani, ma purtroppo si è deciso che morti, almeno fra di voi, non ce ne debbano scappare. Sono stato autorizzato almeno a questo…
E dopo aver caricato bene la bocca, gli spara uno sputo in faccia paragonabile a quello di una dozzina di lama.
L´onorevole Vordone non comprende nemmeno stavolta. Vall´a capire, fra tutte le porcate che ha fatto, quale ha avuto a che fare con il suo defunto collega, per quanto, a ben vedere, e a giudicare dall´umido che gli copre il volto, tanto morto, alla fine, non sembra. Comunque sia, forse per non urtare ulteriormente la sua suscettibilità, forse perché è così imbambolato da non avere la minima idea di cosa fare, non tenta nemmeno per istinto di ripulirsi la faccia con la manica della giacca o un fazzoletto.
- Bene - sospira a questo punto Raffaele - i signori qui presenti non hanno altro da fare. Vili come sta?
- Si sta svegliando - risponde l´onorevole Iacchetti, alias Rocco Muraca, sosia pressoché perfetto del vero parlamentare, ex infermiere dell´istituto di ricovero per anziani Pio Decimo ed ora cameriere freelance. - Ho smesso di somministrargli altro sonnifero, come mi ha detto l´ingegnere, quando, arrivata la notizia dei sicari, si è sgranchito le gambe ed è venuto a passeggiare dalle mie parti.
- Onorevoli Esposito e Vordone, spero non vi sia di troppo disturbo aiutare il primo ministro a lasciare l´aula assieme a voi. Ho idea che al momento sia leggermente più intontito del solito.
I due si girano a guardare verso l´ex deposito cadaveri, dove di nuovo compare una mano, poi una testa, infine la figura del presidente del consiglio in tutto il suo splendore.
- Cosa… è… successo? - chiede il politico, smozzicando come al solito la frase in maniera irritante. Segno che si è ripreso completamente?
- Lo saprà dai telegiornali nei prossimi giorni - risponde Raffaele, al microfono, per un´ultima frecciatina. - Sempre che gli darete modo di parlarne… e senza rimaneggiamenti.
Fausto si dirige verso Vili, facendo cenno con la testa agli ultimi due parlamentari rimasti di andargli dietro. Sempre a gesti, li invita a sorreggere il primo ministro, e ad accompagnarlo su per la scalinata verso l´uscita. Quelli eseguono, e lui gli tiene dietro.
Il piccolo corteo raggiunge il portone vicino abbastanza rapidamente, più per la fretta dei due accompagnatori che per le reali capacità di deambulazione del presidente del consiglio, tirato su quasi a forza. Fausto si fa avanti a dischiudere il pesante battente di uno stretto spiraglio, e indica all´onorevole Esposito di andare avanti. Quando anche Vili ha varcato la soglia, sorreggendosi al parlamentare napoletano, l´ingegnere blocca Vordone trattenendolo per un braccio.
- Cosa c´è ancora? - piagnucola quello.
- Un´ultima cortesia, onorevole. Si affacci, e mi descriva esattamente ciò che vede fuori.
Il deputato sporge la testa oltre il portone e si guarda in giro, predisponendosi a riferire al terrorista che sta dietro di lui cosa vedono i suoi occhi. Cosa di cui all´ingegner Fausto Luberto non frega assolutamente niente. Quello che gli preme è avere il deretano del parlamentare fermo in posizione, e potergli assestare un calcione all´altezza del miglior Maradona. L´onorevole Vordone piomba nel Transatlantico con un volo in avanti e un ululato di dolore. Non è che la forza impressa con il piede, per quanto cospicua, sia stata capace di sollevare un omone di una novantina di chili almeno, ma è il salto dato da questi, per la sorpresa e l´improvviso bruciore sulle terga, a creare l´effetto che siamo abituati a vedere nei cartoni animati. Una scena imperdibile, purtroppo lontano dalle telecamere, ad esclusivo beneficio delle truppe schierate nell´immenso corridoio.
Soddisfatto, Fausto si gira per tornare dai suoi compagni, gli unici ormai rimasti nel salone, quando, quasi contemporaneamente, tutti i portoni dell´aula e delle tribune si spalancano di colpo, e centinaia di fucili si affacciano per puntare sul gruppo di terroristi, con il minaccioso e sonoro scatto metallico del proiettile messo in canna. Una decina, a pochi centimetri dalle spalle dell´ingegnere.
- FERMI TUTTI O APRIAMO IL FUOCO - tuona la voce del tenente colonnello Marchesi. Non ci sono più ostaggi a proteggerli, ormai.
Fausto continua a scendere tranquillamente i gradini.
- INGEGNER LUBERTO, RESTI DOVE SI TROVA O DO L´ORDINE DI SPARARLE ADDOSSO.
È Raffaele a rispondere, mentre Fausto non dà segno di essersi accorto delle minacce. - Colonne´, e che diavolo, quante volte ve lo devo ripetere? Noi ormai siamo condannati, e non ce ne può fregare più di tanto se a farci fuori siete voi o la camorra. Magari, potrà fare differenza per l´opinione pubblica, ma questa è una scelta vostra.
L´osservazione lascia l´ufficiale di stucco, mentre Fausto raggiunge indisturbato i suoi compagni al centro.
- Come fanno ad essere vivi gli uomini a cui avete sparato? - chiede il militare, intanto che cerca di farsi venire in mente qualcosa.
- La mia pistola è caricata a salve - risponde il grosso commissario. - Tranne il primo colpo, che doveva servire da dimostrazione, con cui ho buttato giù il Velario. L´onorevole Iacchetti, quello vero, intendo, a quest´ora starà dormendo pacificamente nella cantina di un casolare abbandonato di cui riceverete l´indirizzo appena… non ci saremo più. Il non-morto in aula è un sosia che ha preso il suo posto, e ha portato qui dentro, nella sua cartella, ciò che ci serviva, e che ho preso quando mi sono buttato a terra accanto a lui fingendo di inciampare dopo il mio ingresso: quest´arma, il mio telefonino, e tutto il resto… - oltre a, ma questo non gli conviene dirlo, una piccola quantità di plastico, più o meno la grandezza di una scatola di cerini, collegato ad un cellulare, che il finto parlamentare ha piazzato sotto la sua sedia mentre l´attenzione di tutti era concentrata sul gigante dai capelli bianchi che aveva raggiunto il banco della presidenza. - L´involucro con la vernice rossa era già sotto la camicia, e non ha dovuto far altro che romperlo, quando si è portato la mano al petto, per far colare il sangue. L´onorevole Vili, invece, è stato semplicemente narcotizzato contemporaneamente ai miei spari da uno dei miei compagni che lo tenevano.
Il suo pensiero va ora al dottor Gabriele Quintieri, che spera stia davanti a un televisore ad assistere all´epilogo.
- A questo punto - afferma il militare, muovendo un passo in avanti - immagino che anche la storia dell´aula minata sia un bluff.
- Cosa è disposto a scommetterci? - ribatte Raffaele minacciosamente.
L´ufficiale torna un passo indietro. - Va bene. Ma adesso… cosa aspettate ad arrendervi?
- Purtroppo, la nostra rappresentazione contempla per noi un´uscita di scena un po´ diversa, a meno che non fermiate i sicari. Cosa di cui dubito fortemente. Il copione prevede il morto. Un punto fermo, affinché la vicenda non cada con troppa rapidità nel dimenticatoio. Purché non dalla parte sbagliata. Per questo la mia pistola è caricata a salve, e quelle dei miei compagni sono di cartapesta, in grado così di superare un metal detector, ma incapaci di far altro se non un po´ di scena. Non dovevamo correre il rischio che il morto scappasse fra i miserabili che sedevano qua dentro. Chi muore diventa un eroe, è l´usanza, e a loro spettava il ruolo di pagliacci, non di eroi. Per questo siamo stati costretti a mandarli via, per il previsto arrivo di assassini che avrebbero sparato all´impazzata, e ai quali non sarebbe fregato nulla far saltare l´aula in aria con tutti quelli che c´erano dentro.
- Vi state offrendo alla morte volontariamente! - protesta il tenente colonnello.
- Diciamo che vogliamo offrire all´Italia un´altra dimostrazione. Sapete tutti, ormai, che gli uomini che stanno per arrivare appartengono alla camorra. Stiamo a vedere, e il resto del paese lo vedrà con noi, se le istituzioni che rappresentate saranno capaci di fermarli. Se vorranno, fermarli.
È allora che una mente illuminata ha l´ispirazione, fuori dall´aula, e urla: - Le riprese televisive! Bloccatele subito!
Ovvio, i facinorosi in aula non hanno più nessun potere contrattuale, e non c´è alcun motivo di continuare a offrirgli il servigio.

"Stiamo a vedere, e il resto del paese lo vedrà con noi, se le istituzioni che rappresentate saranno capaci di fermarli. Se vorranno, fermarli."
Le parole echeggiano dalle casse degli apparecchi televisivi accesi nelle case, nei bar, nei centri sociali. Ecco un altro spunto interessante, pensano gli spettatori ancora incollati davanti allo schermo. Occhi ed orecchie si fanno più attenti, quando…
L´immagine va via, sostituita da una serie di strisce verticali colorate. Pochi, interminabili secondi, poi compare Giorgia. Mamma quant´è bona Giorgia, quella che alla fine di ogni annuncio sui programmi in scaletta si avvicina alle telecamere, quasi a suggerirti che adesso esce dallo schermo e viene a sedersi sul divano accanto a te, a te il resto se hai un po´ di fantasia, e ti porge i suoi saluti personali, non quelli soliti generici o a nome dell´azienda.
- Signore e signori buona sera - esordisce, con il suo largo, mitico sorriso. - Andrà ora in onda, a reti unificate, la registrazione del programma "Affari Vostri", condotta magistralmente dal bravo…
Un boato esplode all´unisono in tutta la nazione. A parte il fatto che ad una buona metà di italiani, quelli di sesso femminile, non glien´è mai fregato un beneamato di quanto fosse bona Giorgia, ora anche l´altra metà manda un urlo di protesta, perché un buon programma sugli affari loro se lo stavano già seguendo e non hanno nessuna voglia di perdersi il finale.
Questo, per chi era sintonizzato sulle reti nazionali, per risparmiarsi sia le interruzioni pubblicitarie che le fesserie pronunciate dall´immensa schiera di esperti in studio sulle emittenti private. Il primo tentativo è quello, ovviamente, di riparare sulle tv commerciali, ma lì lo spettacolo è anche peggiore, con i vari anchorman (o anchorwoman) che, assumendo un´espressione professionale, chiedono alla regia se sono intervenute difficoltà nel collegamento, e rimangono minuti interi con una faccia da ebete a guardarsi attorno, e a strizzare ogni tanto gli occhi come a cercare di capire meglio qualcosa che gli dovrebbe essere trasmesso attraverso gli auricolari.
Dopo la spasmodica attesa di qualche minuto, mezza Italia si attacca al telefono, in maggioranza telespettatori che esigono di vedere il resto della trasmissione, in minoranza collaboratori di regia che chiamano gli studi a Montecitorio e si sentono mandare affanculo perché lì nessuno ha intenzione di continuare a offrire ai terroristi quella cassa di risonanza che, per forza, avevano ottenuto fino allora.
Le reti nazionali hanno già risolto, con il sorriso di Giorgia e una trasmissione che non interessa a nessuno già di norma, figuriamoci alle due di notte. Quelle private, ricevute le affabili delucidazioni dai tecnici in servizio alla camera, avvertono i gentili telespettatori che, per motivi cautelari e di opportunità, le trasmissioni dall´aula di Montecitorio sono state sospese, ma che in ogni caso il programma va avanti con gli eruditi commenti degli esperti in studio. A questo punto quelli fuori Roma spengono l´apparecchio e se ne vanno a dormire, imprecando. Quelli che abitano nella capitale, invece, e in zone limitrofe, in maggioranza non ci stanno, scendono in strada e si dirigono con decisione verso palazzo Montecitorio, in auto o moto chi sta più lontano, a piedi o in bici i più vicini.
I militari appostati in vari punti della capitale notano lo straordinario movimento e avvisano i capi. L´ordine che viene impartito è abbastanza ovvio: controllare la folla senza intervenire, se non in casi di teppismo… anzi, facciamo di teppismo grave. Se vogliono, qualche vetrina facciamogliela spaccare pure. È chiaro che si tratta solo di gente che vuole saperne di più di ciò che accade a palazzo, e non accetta di esserne lasciata fuori con l´interruzione delle riprese televisive. Uno scherzetto da niente, in confronto a quello che hanno dovuto gestire finora, e soprattutto in confronto a quello che s´erano aspettati di dover affrontare.
Alle porte di Roma, fra le varie auto che stanno entrando nella capitale, un paio con, a bordo, gente che sta andando a intervenire nello spettacolo, non solo ad assistervi. I posti di blocco sono stati ormai tolti, e le pattuglie rimaste in giro sono costrette a fermare qualche macchina a campione, come nei controlli di routine, per non bloccare l´immenso traffico che si sta creando, con il rischio di sobillare incidenti.
- Così i camorristi passeranno - osserva uno dei militari di pattuglia.
- Perché, tu eri convinto che li avresti fermati? - chiede ironicamente il compagno. - Nella migliore delle ipotesi ti avrebbero mostrato un documento su carta intestata, con tanto di timbro e firma, e tu avresti dovuto fargli anche il saluto militare. Nella peggiore ci beccavamo una scarica di mitra e passavano lo stesso. Almeno, con questa ressa, abbiamo una buona scusa. Semmai, vedi di guardare bene in faccia chi guida prima di fermarlo.
- E come, con questo buio?
- Beh… evitiamo almeno auto di grossa cilindrata. BMW e Alfa Romeo, soprattutto.
Le due Alfa provenienti da Napoli passano così senza problemi per nessuno.

In aula c´è ora una situazione di apparente stallo.
Al centro, i quattro uomini del commando si sono accomodati su altrettante poltrone ad attendere. Tutto attorno, centinaia di uomini armati di fucile li tengono sotto tiro senza osar muovere un passo verso di loro. È del tutto improbabile che l´aula sia realmente minata, come sostengono, ma il dubbio, sia pur minimo, impone prudenza. Il tenente colonnello Marchesi non si sogna minimamente di rischiare la propria pelle, e tanto meno di esporre al pericolo qualcuno dei suoi ragazzi. Prima o poi avranno fame, o sete, o dovranno andare al cesso.
- Cosa vi fa pensare - chiede, intanto - che noi lasceremo passare senza intervenire dei delinquenti mandati qui ad uccidervi?
- Cosa vi fa pensare che non lo farete? - chiede di rimando Raffaele. - Quando vi sbatteranno sotto il naso delle carte con tanto di firma…
- Verificheremo, se questo accadrà.
- Naturalmente. E una volta confermato che quelli lavorano per i servizi segreti, e hanno ricevuto ordini precisi su come comportarsi?
- Per voi siamo tutti delinquenti e collusi, vero?
- Tutti? No, tutti no. Solo quelli che contano.
Il tenente colonnello non riesce ad obiettare altro, e si limita a scuotere il capo.
In quel momento di silenzio, si ode un discreto trillo. È il cellulare di Raffaele.
Il poliziotto lo afferra con ansia, e guarda sul visore, attendendosi una nuova segnalazione di Renato. Con sorpresa, invece, legge che, a chiamare, è l´amico che sta seduto accanto a lui, Fausto Luberto.
- Perché mi telefoni? - gli chiede, con un tono scherzoso.
- Io? Ho lasciato il cellulare a casa - risponde Fausto, sorpreso. E anche un po´ in ansia, ora.
Raffaele accetta la chiamata, accosta all´orecchio, e, dopo aver dato il via libera alla comunicazione con un "pronto?", allunga l´apparecchio all´amico ingegnere. - È per te. Tuo figlio.
Fausto strappa il telefonino dalla grossa mano del poliziotto quasi in malo modo. - Stefano?
- Papà, che stai facendo? Sei impazzito?
- Ti sono sembrato solo…impazzito?
- Non farti ammazzare, papà. Arrenditi, fatti portare in salvo. Non farmi vivere pensando di averti spinto io a… questo.
- Non sei stato tu a spingermi a questo, Stefano. È stato il mondo schifoso che stava spingendo te verso una scelta assurda, a costringermi. E se quello che ho fatto oggi sarà servito a qualcosa, voglio che tu pensi a me con orgoglio, non con rimorso. Ti voglio bene.
E con questo chiude la comunicazione, compiendo un´ultima, estrema rinuncia: quella di ascoltare, ancora solo una volta, la voce di suo figlio.



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