Free Web Hosting Provider - Web Hosting - E-commerce - High Speed Internet - Free Web Page
Search the Web

Voci bianche a Montecitorio

qui
si può scaricare
l´intero romanzo
in formato pdf



prologo
Capitolo 01:  l´assalto
prologo 2
Capitolo 02:  la rimpatriata
Capitolo 03:  uno strano amico
Capitolo 04:  l´onorevole e il cameriere
Capitolo 05:  una ricerca scolastica
Capitolo 06:  una giornata no
Capitolo 07:  una rabbiosa chiacchierata
Capitolo 08:  la prima grossa bastardata
Capitolo 09:  piromani all´attacco
Capitolo 10:  un coro di voci bianche
Capitolo 11:  padre e figlio
Capitolo 12:  una vita, 25 euro
Capitolo 13:  la decisione
Capitolo 14:  le regole del gioco
Capitolo 15:  comincia lo spettacolo
Capitolo 16:  ... ma non durerà molto
Capitolo 17:  il pedinamento
Capitolo 18:  l´esodo
Capitolo 19:  la predica e le resurrezioni
Capitolo 20:  la resa
Capitolo 21:  l´attacco
epilogo

Per chi va di fretta
I punti salienti


NB: qua e là ci sono alcuni (pochi) tagli, segnalati con degli omissis, che non dovrebbero comunque compromettere la comprensione del testo. Potrò spiegarne la ragione solo se e quando ci saranno le condizioni per eliminarli


Ho scritto questo romanzo perché avevo tante, troppe cose da dire.
Ma a me non piace parlare da solo, così eccolo qui, pronto a prendervi, senza altri costi oltre a quelli della vostra connessione…

Se vi va, la mia casella di posta
raf.derose@gmail.com
è pronta a ricevere qualsiasi sorta di critiche (sempre bene accette), di insulti (questi, meno graditi, ma quando tocca… tocca), o… al vostro buon cuore.

Se poi volete darmi un piccolo aiuto, leggete qui come fare.

Capitolo 11: padre e figlio


Quanto conosci tuo figlio?

Che razza di domanda è?
È mio figlio!
E che significa "quanto"?
Una persona la conosci, o non la conosci.
E stiamo parlando di Stefano!
Io conosco mio figlio.

Sicuro?

Domande assurde, congetture assurde. È uno scenario che sta fuori del mondo.
Eppure ronzano, come un nugolo di mosche affamate, nel cervello di Fausto Luberto, mentre guarda di sottecchi la persona che più ama al mondo, e che nel mondo intero sente più vicina. Non ha senso porsi domande del genere. Non ha senso nutrire dubbi, pensare che dietro quell´immagine così cara e familiare possa nascondersi un mondo a lui sconosciuto.
Un mondo falso, ostile, nemico.
È da un paio di giorni che aspetta il momento di parlargliene. Non davanti a sua moglie, e già questo ha un sinistro significato.
Perché temi di parlare con tuo figlio davanti a sua madre?
Ti aspetti qualcosa di brutto, di sconvolgente, di inconcepibile, in cui non vuoi coinvolgerla, o che, comunque sia, preferisci gestire da solo.
Andiamo, sicuramente la spiegazione sarà banale, ovvia, rassicurante.
Può essere stato un caso…
Certamente, è stato un caso.
Qualche volta gli capita di tornare dall´università con un passaggio. Il servizio pubblico fa schifo: ti costringono a viaggiare in maniera indegna e vergognosa per un paese che si dichiara civile, ammassati come sardine, senza sognarsi minimamente di mettere qualche automezzo in più nelle ore in cui servono; i pullman partono o non partono, o lo fanno quando dicono loro; arrivano a destinazione giusto se gli autisti ne hanno voglia, altrimenti ti fanno scendere a metà strada e ti dicono di prendere il successivo… tutto questo, nonostante il fior di quattrini che costa un abbonamento, e i cospicui contributi sborsati anche dall´Università senza che nessuno faccia niente per esigere un servizio funzionale e dignitoso. Un altro magna magna schifoso, come tutto il resto. E poi ti invitano a lasciare a casa la macchina!
Ecco, può aver semplicemente chiesto uno strappo, senza avere la minima idea di chi fosse quello che glielo stava dando.
È andata così, sicuro!
Sono due giorni che te lo ripeti, e non hai trovato nessuna obiezione, nessun punto debole in questa spiegazione. Non ce ne sono, punti deboli. Quante volte, tu stesso, sei tornato in città con un passaggio, quand´eri studente e perdevi il pullman, o ti rifiutavi di salirci sopra per l´ignobile calca che c´era? Quante volte il tizio che ti faceva salire a bordo era un perfetto sconosciuto, poteva anche essere un serial killer, per quanto ne sapevi…
Ora tua moglie è fuori, a fare acquisti con sua sorella. Stefano è davanti alla tv, con un joypad in mano. È la sua unica passione, i videogiochi. Non ha mai chiesto altro.
- L´altro ieri ti ho visto su un coupè, stavi passando vicino al comune.
- Come? Ah, si… mi avevano dato un passaggio.
Vedi, imbecille? Tutti quei dubbi, quelle paure. E invece era tutto così semplice, lineare. Ma che ti è saltato in mente di dubitare di Stefano?
Del tuo Stefano, tuo figlio!
- Era un collega - continua il ragazzo. Stranamente a disagio, sente l´esigenza di dare qualche spiegazione in più, come se temesse che quello che ha detto non bastasse. Maledizione, non si rende conto che invece era più che sufficiente, che andava benissimo, così! - Stiamo preparando un esame assieme.
Ecco un modo davvero impeccabile di procurare un infarto. Prima un´appianatina rassicurante, una lisciatina rinfrancante, poi una bella scossa da ventesimo grado della scala Mercalli.
Il colorito giusto, sulla faccia, ora ce l´hai. La stretta al cuore, violenta, improvvisa, che ti mozza il respiro, c´è pure. Il sangue che si gela, le ginocchia che si piegano, la mente che si annebbia…
Niente cazzate, ingegner Luberto. Non puoi pensare di cavartela così a buon mercato. Sì, forse tirare le cuoia potrebbe anche far comodo, in un momento del genere, ma proprio in un momento del genere non puoi pensare solo a te stesso.
È in gioco la vita di tuo figlio!
- Come… dici?
Stefano evita il suo sguardo. Mi sa che ha mangiato la foglia. Ma ormai l´ha detta, non può più tirarsi indietro. - Sì, studiamo assieme… qualche volta. Dobbiamo fare lo stesso esame.
- Stefano, ma che diavolo dici? Io quello lo conosco, non studia all´università. Non ha nemmeno la licenza media.
Nessuna smentita. Grazie al cielo, pare che fingere, con suo padre, sia qualcosa che ancora non riesce a fare. Non bene, almeno.
- Stefano…?
- È uno… che conosco - balbetta il ragazzo, in difficoltà.
- Come fai a conoscerlo?
Niente risposta, stavolta.
- Stefano… non prenderai anche tu quelle porcherie?
Ora il ragazzo scuote la testa con decisione. - Non sono così cretino.
Sì, potrebbe essere una risposta di comodo. Ma il tono deciso di suo figlio lo convince che, su questo, non stia mentendo.
- E allora? Cos´hai a che fare con lui?
Un lungo silenzio. Poi una frase che è ancora peggio: - Preferirei non parlarne.
- Non parlarne? Quello è uno spacciatore, un pappone. Come posso accettare che tu abbia a che fare con lui senza sapere in che modo? Stefano… mi riconosci? Sono tuo padre.
Ancora interminabili secondi di silenzio. Pesanti, opprimenti, per entrambi.
- Qualunque cosa sia, lo sai che puoi parlarmene. Che devi parlarmene. Ogni volta che hai avuto un problema ti ho dato il mio aiuto, o almeno ho cercato di farlo, quando potevo, senza mai pensare a giudicarti… Tutti si sbaglia, o si è in difficoltà, talvolta, ci sono passato anch´io, ci passano tutti. E so benissimo che quando succede si ha bisogno di essere compresi, non processati. Anche adesso, non voglio saperlo per esprimere giudizi o sparare sentenze, ma se stai… facendo… qualcosa di… sbagliato… dammi il modo di aiutarti, di venirti incontro, di starti vicino. Di capirti, almeno.
Stefano riflette a lungo, prima di rispondere. Avrebbe preferito non avere, con suo padre, il tipo di rapporto che invece ha sempre avuto, adesso. Sarebbe stato tutto più semplice, poter rispondere lasciami in pace, sono maggiorenne, so quello che faccio, non ti immischiare e via dicendo. Lo ha visto fare a molti suoi coetanei.
Ma lui non può.
- Sono… stanco, papà - esala, quasi senza fiato.
- Che significa, "stanco"? E cosa c´entra con quel tizio?
- L´università, intendo… è sempre più dura.
- E allora? Ti riposi, riprendi fiato, se è di questo che hai bisogno. Nessuno ti mette fretta.
- Sono io che ce l´ho, la fretta. Ho ventidue anni, e vivo ancora alle tue spalle.
Già. Fretta, e stanchezza. Anche a te hanno giocato un brutto scherzo, vero, ingegne´? E ti hanno spinto a fare quella scelta scellerata. Quando alla fine degli studi hai accettato, quasi come una liberazione, uno squallido impiego che ha distrutto la tua vita professionale. Poi la stanchezza è passata, subissata perfino dalla noia, dal vuoto, e cosa ti è rimasto? Rabbia, nel vedere degli incapaci diventare tuoi superiori semplicemente perché disposti a parare il culo. Amarezza, pensando ad ex colleghi che hanno avuto più coraggio, più forza, e sono andati via, ed ora sono qualcuno, e possono vantarsi di aver realizzato qualcosa nella loro vita. Invidia, nei confronti di quelli che sono riusciti a rimanere all´università, un´università ancora giovane e capace di offrire tante occasioni, ed ora sono ricercatori, professori di prima fascia, guadagnano il triplo di te e fanno un lavoro esaltante… Ma per te era diverso, tuo padre era un operaio, passava tutto il giorno a battere e piegare ferro, e a trasportarlo da una parte all´altra dell´officina, con la forza che poteva fornirgli un po´ di pastina con olio di crudo perché aveva un´ulcera allo stomaco che lo faceva urlare dal dolore e non poteva nemmeno andare ad operarsi, visto che per lui non esisteva congedo malattia, e in ogni caso, a fine convalescenza, poteva non trovare più, ad attenderlo, i clienti che gli permettevano di tirare avanti, offrire un tetto e da mangiare alla sua famiglia… e mantenere un figlio all´università. Per te, era davvero insopportabile pensare di vivere un giorno in più alle sue spalle.
- E con questo? Si è mai lamentato qualcuno? Lo stiamo facendo per uno scopo, per un progetto stupendo, ed io sono felice di fare la mia parte. Ne sono orgoglioso. - E poi… la fretta. Un´impazienza capace di farti sentire vecchio a ventidue anni. Avevi un altro buon motivo anche per questo, ricordi? - Di´… hai la ragazza?
Un esitante cenno di assenso.
- Lei è al corrente dei tuoi… progetti?
- Non è necessario che lo sappia.
- E che futuro pensi di offrirle? Che genere di vita? E che tipo di insegnamento, ai tuoi figli? Come si sentiranno il giorno che verranno a prenderti a casa, con le armi spianate, per portarti dentro?
- Non succederà.
- Cosa ti dà questa sicurezza?
A questa è un po´ più dura rispondere.
- Non lo so. So solo… che la strada che avevo preso non porta da nessuna parte.
- Come fai a dire una cosa del genere?
- Oh, andiamo, papà, lo sai benissimo anche tu, non hai il prosciutto sugli occhi. Mi sono imbarcato in un´avventura che non ha nessuno sbocco.
- Volevi fare della ricerca. Eri entusiasta dell´idea. Cos´è cambiato?
- È cambiato che ho aperto gli occhi. Lo vedi anche tu a che velocità procedo. Quest´anno mi sarei dovuto laureare, e sono appena a metà con gli esami. E anche quelli che ho superato, a parte un paio di eccezioni, non hanno mai avuto un punteggio pieno.
- Non sono i voti che contano, lo sai benissimo.
- Si, forse non conteranno, ma riflettono quella che è la realtà. Se non prendo il massimo è perché la mia preparazione non è al massimo… e se lo prende qualcun altro è perché quello, in qualsiasi occasione, risulterà migliore di me. E quando ci sarà da superare una selezione, per accedere a un dottorato o per entrare in un gruppo di ricerca, toccherà sempre a quello farcela, e a me rimanere al palo.
- Non ti seguo… a cosa ti riferisci?
- I risultati, papà. Non ci sono mai, anche se do l´anima per arrivarci. Perché all´esame c´è sempre qualcosa che va storto, un esercizio che non capisco o che non sono capace di risolvere, forse anche per i corsi frettolosi e approssimativi che ci fanno fare… mentre c´è qualcun altro che va avanti a furia di trenta in ogni materia senza alcun merito.
- Di chi stai parlando?
- Il figlio del professor Stancati, per esempio. Ma non è il solo. Lui lo conosco perché è un mio compagno di corso.
- E allora?
- È un perfetto idiota, sempre impasticcato e pieno di birra fin dalla mattina, non sa nemmeno risolvere un´equazione di primo grado, ma ad ogni esame i suoi compiti sono perfetti, e agli orali fa ancora meglio. Lui ha quasi finito, ed ha una media più alta della mia.
- Lo abbiamo sempre saputo che avresti dovuto confrontarti con gente di questa razza. È per questo che ti ho sempre spinto a dare tutto te stesso, a cercare di essere il migliore, perché io non avrei mai potuto aiutarti in quel modo… e se anche avessi potuto, mi sarei rifiutato di farlo. Tipi di quel genere li incontrerai sempre e dappertutto. Ma non c´è posto solo per loro. Qualcuno, la baracca, deve portarla avanti. Accanto ai raccomandati e ai figli di papà, avranno sempre bisogno di qualcuno che il lavoro lo faccia. Magari saranno quelli a prendersene il merito, è vero…
- E tu ne sai qualcosa, no?
- Si, ne so qualcosa. Ma so anche che per questo sono intoccabile, ho il lavoro sicuro e non rischio il posto, perché pure loro hanno bisogno di me, se non altro per prosperare alle mie spalle. E non è detto che questo debba ripetersi in tutto e per tutto anche con te.
- Io invece la vedo peggio. Me lo trovo davanti ogni giorno a lezione, un esempio di quello che è il mondo del lavoro, universitario o impiegatizio fa lo stesso. Docenti che fanno lezione quando ne hanno voglia. Che fanno il bello ed il cattivo tempo con gli esami. Che in aula non sanno quasi spiaccicare una parola, e sparano sciocchezze a tutto spiano. Te lo ricordi il mio primo esame di calcolo, vero? Quando il docente mi ha chiesto il limite di x·senx per x che tende a infinito, e si è scandalizzato quando gli ho detto che non esisteva. Gliel´ho pure dimostrato, prima applicando la definizione, poi con il teorema di unicità, e lui ad insistere che, siccome l´ampiezza dell´oscillazione divergeva, il limite era infinito, e che, anche se gli sfuggiva, sicuramente stavo commettendo qualche errore con i miei calcoli. E alla fine un ventidue, come voto, perché "si vedeva che avevo studiato, ma ero molto insicuro".
- Avresti dovuto rifiutarlo.
- Per fare cosa? Non potevo andare meglio di com´ero andato, e quello se la sarebbe legata al dito. La volta successiva sarebbe stato un diciotto.
- Docenti stronzi ce ne sono sempre stati, e ce ne saranno sempre. In tutti i corsi di laurea, in tutte le università, c´è sempre qualcuno che rappresenta uno scoglio quasi insormontabile per la laurea.
- Non sono solo gli stronzi il guaio, papà. Sono gli incapaci, messi lì da qualche barone, che non ti fanno capire niente della lezione, e trasformano un esame in una caccia al colpo di fortuna. Se anche avessi spazio, non avrei il coraggio di propormi come ricercatore, con la preparazione che mi sto facendo.
- La laurea non è un punto d´arrivo, ma di partenza. Il giorno in cui ti daranno quella pergamena non sarai in grado di fare pressoché nulla. Avrai solo una preparazione minima di base, ma soprattutto la giusta forma mentis per cominciare a fare esperienza, e costruirti un vero bagaglio di conoscenze.
- E come, se quando ci sarà un concorso dovranno scegliere fra me, un deficiente senza arte né parte, ed un altro, sempre deficiente, ma figlio di un cattedratico?
- Non è dappertutto così. Se necessario, andremo via. Essere nati in questo posto dimenticato da Dio non significa per forza doverci anche morire. Te la cavi molto bene con l´inglese, potremmo provare in America. Lì la vita sarà più spietata, ma lo spazio lo danno a chi vale. Se non altro, per arricchirsi con le sue capacità.
- Andare via? Ma se non hai mai voluto sentirne parlare.
- Ho sbagliato. Ho sempre sbagliato. Questa terra è una fogna, dove c´è spazio solo per i piagnistei e il malaffare. Non c´è da sorprendersi se quelli del nord vogliono la secessione. Ho fatto male perché qua ho bruciato tutte le mie possibilità, e ho fatto male perché ho fatto nascere anche te in un posto dove l´unica giusta aspirazione possibile è quella di andare via.
Alla fine, padre e figlio si trovano d´accordo. Sui concetti generali, se non altro. Un po´ meno sulle soluzioni.
- America! E con che cosa mi presento? Con quale preparazione? In calcolo lo sapevo benissimo che il docente stava dicendo una cavolata, a proposito di quel limite, perché qualcosa, di analisi, l´avevo già fatta al liceo, e tu mi avevi dato una mano a capirla bene. Ma quante fesserie ho imparato nelle altre materie di cui posso non essermi reso conto? No, quella strada è chiusa, ormai - sospira Stefano, dopo un´altra lunga pausa.
- Hai qualche alternativa?
- Si. Renato me l´ha offerta.
- Quale? Diventare un criminale?
- Il mondo è loro, papà. Sono loro a vincere, sono sempre loro ad avere tutto. E quelle porcherie, come dicevi tu, c´è un sacco di gente che le vuole. Perlopiù gente della stessa razza che ha fatto le scarpe a te ed è pronta a farle anche a me. Non solo poveri disgraziati a caccia di una felicità fasulla, ma anche ricchi viziosi e annoiati, probabilmente perché dalla vita hanno avuto senza il minimo sforzo tutto quello che volevano e più di quello che meritavano.
- Non è possibile. Stefano… volevi salvare il mondo, affrancarlo dalla sua fame di energia, dal bisogno, dalla povertà… e tu hai delle capacità. Potresti essere davvero quello che ci riesce… Torna un attimo a pensare a quello che era il tuo sogno…
- Sono stanco, papà - ripete, affranto. Non aveva mai messo in conto che, prima o poi, avrebbe dovuto affrontare una discussione del genere con suo padre. Forse, se pure fosse stato, sarebbe stato più facile mettendolo davanti ad un fatto compiuto, magari tornando a casa alla guida di una Porsche e comunicargli che lui aveva risolto. Ora sa che sta dando al suo genitore un dolore insopportabile. Ma sa che comunque la sua scelta è quella giusta, o in ogni caso l´unica sensata, e non intravede alcuna possibilità di cambiare idea.
- Quando uno è stanco si riposa, non manda tutto all´aria. Se pensi che Fisica non ti offra prospettive puoi cambiare, ripartire da capo. Vai a Ingegneria, a Informatica… sono lauree che occasioni di lavoro ne offrono eccome!
- Non ce la faccio comunque. Ci vorrebbe troppo tempo, ed io non voglio più perderne. Anche se pensassi di riprovarci da qualche altra parte… chi mi assicura che al secondo tentativo andrebbe meglio?
Si alza, spegne la Playstation, il televisore, e si dirige verso la porta.
- Non è possibile… non è possibile. Aspetta, almeno, dammi un po´ di tempo…
- Per fare cosa? Non sei riuscito a risolvere i tuoi problemi, cosa credi di poter fare per i miei?
- Aspetta… Stefano…
Ma la porta del loro appartamento si è già richiusa alle spalle del figlio.
"Per fare cosa? Non sei riuscito a risolvere i tuoi problemi, cosa credi di poter fare per i miei?"
Già, cosa puoi fare?
Cosa, per farlo tornare in sé?
Per cominciare, provare a portare a casa un qualche successo, forse...
"Non sei riuscito a risolvere i tuoi problemi…"
Potresti correre ad accettare l´incarico che hai rifiutato con tanto sdegno, magari. Presentarti dal capo di gabinetto, inginocchiarti ai suoi piedi e implorarlo di non tener conto di quella lettera, promettere di fare tutto il necessario per guadagnarti la loro stima, la loro fiducia, la loro benevolenza… Potresti chinare la testa e accettare le loro condizioni, entrare nello schema, possono farlo dei completi idioti sarai capace di fare altrettanto anche tu.
"… cosa credi di poter fare per i miei?"
Poi potresti fare una capatina all´università, agganciare qualcuno che conosci, molti sono tuoi ex colleghi, presentarti come il gran pezzotto che sei diventato e a nome dei grossi pezzotti che ti ci hanno fatto diventare, e garantire anche a Stefano una manciata di trenta, un´ammissione al dottorato, qualunque cosa sia necessaria per il suo futuro…
Già, potresti…
… forse.
Se ne fossi capace, almeno.
Al diavolo, non servono capacità per strisciare e leccare culi!
Basta essere disposti a farlo, e tu ora lo sei, perché potrebbe essere l´unica cosa in grado di salvare tuo figlio. Merda per merda, delinquenza per delinquenza, meglio almeno quella… "legale" e "rispettabile".
Lo farai, appena possibile.
Domani.
Domani stesso. Ti rivolgerai anche al sindaco, se necessario. Hai anche un vecchio amico che ha fatto carriera ed ora è assessore alla regione…
Non chiedi nulla di strano, in fondo, solo di diventare un altro schiavetto leccaculo al loro servizio.
Non diranno di no, figuriamoci.
Senza schiavetti leccaculo, anche loro non sono nessuno…
Ma ora devi fermare Stefano, prima di tutto.
Quel Renato, è lui che lo sta plagiando.
L´amico di Raffaele.
Devi telefonare al tuo ex compagno di scuola. Puoi chiedergli un incontro, magari di metterci una buona parola…
Afferra il cellulare. Il dito sta per premere sul tasto della rubrica, per cercare il numero… ed è allora che l´apparecchio comincia a trillare.
Sul visore, il nome del chiamante.
Raffaele.



accesso a questa pagina n. 281