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Voci bianche a Montecitorio

qui
si può scaricare
l´intero romanzo
in formato pdf



prologo
Capitolo 01:  l´assalto
prologo 2
Capitolo 02:  la rimpatriata
Capitolo 03:  uno strano amico
Capitolo 04:  l´onorevole e il cameriere
Capitolo 05:  una ricerca scolastica
Capitolo 06:  una giornata no
Capitolo 07:  una rabbiosa chiacchierata
Capitolo 08:  la prima grossa bastardata
Capitolo 09:  piromani all´attacco
Capitolo 10:  un coro di voci bianche
Capitolo 11:  padre e figlio
Capitolo 12:  una vita, 25 euro
Capitolo 13:  la decisione
Capitolo 14:  le regole del gioco
Capitolo 15:  comincia lo spettacolo
Capitolo 16:  ... ma non durerà molto
Capitolo 17:  il pedinamento
Capitolo 18:  l´esodo
Capitolo 19:  la predica e le resurrezioni
Capitolo 20:  la resa
Capitolo 21:  l´attacco
epilogo

Per chi va di fretta
I punti salienti


NB: qua e là ci sono alcuni (pochi) tagli, segnalati con degli omissis, che non dovrebbero comunque compromettere la comprensione del testo. Potrò spiegarne la ragione solo se e quando ci saranno le condizioni per eliminarli


Ho scritto questo romanzo perché avevo tante, troppe cose da dire.
Ma a me non piace parlare da solo, così eccolo qui, pronto a prendervi, senza altri costi oltre a quelli della vostra connessione…

Se vi va, la mia casella di posta
raf.derose@gmail.com
è pronta a ricevere qualsiasi sorta di critiche (sempre bene accette), di insulti (questi, meno graditi, ma quando tocca… tocca), o… al vostro buon cuore.

Se poi volete darmi un piccolo aiuto, leggete qui come fare.

Capitolo 08: la prima grossa bastardata


Abbiamo visto, finora, un po´ di giramenti di palle, niente di speciale. Ce n´è circa una cinquantina di milioni, nei dintorni, in quella situazione, molti anche in condizioni peggiori, e nessuno si è mai sognato di andare a Montecitorio a sparare addosso ai signori che con i loro giochetti stanno portando l´Italia al macero. Oddio, forse sognato sì, come posso aver sognato io di portarmi a letto Manuela Arcuri. Ma da qui a considerarlo qualcosa di fattibile… altro che mare, di mezzo c´è lo spazio intergalattico.
Comunque sia, serve qualcosina di più forte per spingere le persone alla pazzia, tanto più se le persone in questione sono oneste, di sani principi, di discreta cultura, di buona educazione, ed hanno aspirazioni legittime e positive come quelle di vivere in un mondo giusto, pulito, solidale con i più deboli…
Ma un buon lavoro non va mai fatto di fretta. E l´amico Fato-Caso non ne ha, fretta. Ha i suoi bravi ingredienti, e li dosa con cura, con calma, con sapiente meticolosità. Sa quando è il momento di mettere l´olio, di versare il sale, di aggiungere un bel peperoncino piccante, e di infilare in forno. Il risultato… beh, ne abbiamo avuto già un assaggio.
Comunque, il nostro capocuoco sta per imprimere un bel giro di vite allo sviluppo degli eventi. Con nonchalance ed eleganza, nei prossimi due giorni assesterà un po´ di colpi a destra e a manca, e trasformerà un in fondo innocuo scoglionamento in una furia disperata e incontrollabile.

Oggi sembra una giornata normale, per l´ingegner Fausto Luberto: prima una mattinata a saltellare fra un terminale ed un PC, a rispondere al telefono alle chiamate più disparate, ed ora un palloso pomeriggio di rientro con tutto il pranzo ancora sullo stomaco ed un abbiocco che non ti consente quasi di mantenerti in piedi, soprattutto con questo maledetto caldo che, nonostante agosto abbia levato le tende da qualche giorno, non vuole saperne di placarsi. L´ideale sarebbe un panino veloce, nei due giorni alla settimana in cui bisogna sacrificare il pomeriggio per godere di un inutile sabato libero (fosse libero dappertutto, potresti organizzare qualcosa, ogni tanto, con la famiglia, ma con i figli a scuola non hai altra scelta che una mattinata al supermercato a fare la spesa settimanale), ma preferisce iniziare il rientro con la vitalità di uno zombie piuttosto che rinunciare ad una mezz´oretta di pausa a tavola a casa sua, assieme alla moglie, al figlio…
Esattamente normale, come giornata, forse no, in verità, non capita spesso di scrivere una lettera di fuoco per rifiutare una promozione con relativo raddoppio di stipendio, ma non è quello l´evento che si rivelerà decisivo per farlo sprofondare in un abisso di furia e di follia.
Il pomeriggio inizia bene, anzi, visto che si ritrova, giù nella piazza antistante il municipio, faccia a faccia con il famoso showman Giampiero Del Turco, sudato ed ansante come e forse più di lui. Vabbe´, forse tanto famoso no, ma per Fausto è comunque un piacevole incontro.
- Cosa fai qui? - chiede l´attore.
- Io ci lavoro, qui, dovresti saperlo. Tu, piuttosto, come mai da queste parti?
- Devo rinnovarmi la carta di identità, e mi è stato detto che oggi il comune era aperto anche di pomeriggio… anche se non so a che ora.
- Il lunedì, il mercoledì ed il giovedì - lo erudisce Fausto - ma ci vorrà ancora mezz´ora prima che aprano lo sportello. Vuoi salire da me, ad attendere? Meglio che per strada…
- Volentieri - risponde l´amico. - Così mi farai vedere il tuo bunker informatico.
- Resterai deluso - anticipa l´altro, facendo strada. - Dimentica tutto quello che hai visto in televisione o al cinema. A parte la sala macchine, ma lì ad impressionare è più la sensazione di disordine che di potenza.
Su in ufficio, però, c´è già qualcosa che lo attende, che fa saltare il giro turistico promesso all´amico. Una lettera, in mano ad un Giovanni ansioso di recapitarla. Più avanti, un paio di colleghi si avvicinano, salutando, con un ampio sorriso stampato sul volto. Pare che il contenuto della missiva sia già di pubblico dominio. Una voce insistente circola da qualche giorno, ormai, e la loro espressione è, a dir poco, raggiante. Fausto gode di una certa popolarità, e di un grande rispetto da parte dei suoi compagni di lavoro.
- Ingegnere, è appena arrivata questa… dal gabinetto del sindaco.
Un´allegria che però non è condivisa dal destinatario.
Giampiero nota il contrasto e ne è molto incuriosito: - Si direbbe che già tutti sappiano di che si tratti
- Forse anch´io - risponde Fausto, aprendo la busta e dando un´occhiata. - Infatti.
- Beh, era già nell´aria da un pezzo - fa Antonio, il più rapido ad avvicinarsi con la mano tesa. - Auguri.
Fausto stringe la mano che gli viene offerta perché sarebbe scortese non farlo, ma chiarisce: - Grazie per gli auguri, ma… sono sprecati. Il signor sindaco sa già benissimo che non accetterò.
- Cosa? - L´espressione allegra su tutti i volti circostanti si trasforma in una smorfia di stupore.
- Vi ho già spiegato come la penso, e non cambio idea solo perché quello che si vociferava è stato confermato.
Francesco, più deciso di tutti, tende comunque la sua mano verso l´amico collega: - Qualunque sia la tua decisione, quella lettera è in ogni caso un riconoscimento importante, ed io gli auguri te li faccio lo stesso.
Fausto gliela stringe con gratitudine, e ci scherza su: - Questo significa che sono comunque tenuto a festeggiare. Giovanni, per favore, raccogli le ordinazioni e chiami giù al bar? Per me un caffè freddo, ne ho proprio bisogno. Giampiero, tu?
- Caffè freddo anche per me… grazie - risponde il suo ex compagno di scuola, imbarazzato. Gli piacerebbe capire qualcosa di più di quello che sta succedendo.
Qualche istante più tardi, nella stanza di Fausto a trenta gradi sotto zero grazie ad un condizionatore a tutto gas, viene accontentato. Fausto stesso gli porge la lettera che ha appena ricevuto, mentre si siede e accende sia il computer che la stampante. Giampiero legge ed emette un fischio: - Un incarico come dirigente della tua struttura. Complimenti. Se sono io a portare questa fortuna fammelo sapere, che mi faccio un giro da tutti gli altri amici.
- Fortuna? Ho già preparato la lettera di rinuncia. La stampo e gliela mando subito.
Giampiero fa fatica a capire. Per essere più precisi, non capisce affatto. - Come sarebbe "rinuncia"? Non dirmi che non ti va di diventare dirigente!
- Significherebbe uno stipendio almeno doppio rispetto a quello che prendo attualmente. Figurati se non mi andrebbe.
- E allora?
- Non ci sono le condizioni per farlo, tutto qui. - Scuote la testa fra il divertito e l´amareggiato. - Questa struttura è in uno sfascio completo. La situazione si è incancrenita dopo anni ed anni di scelte sbagliate, da parte dell´amministrazione, e dei dirigenti che si sono succeduti, ed ora è del tutto ingestibile. Purtroppo, credo che i tempi siano maturi per esternalizzare il servizio. Una soluzione schifosa, ma l´unica percorribile, ormai. A conferma della solita stramaledetta idea che solo il privato debba funzionare a dovere. È per questo che l´attuale responsabile ha deciso di darsi malato e sparire per qualche mese. Ed è a questo che è dovuto il mio incarico. I signori amministratori non sanno che pesci pigliare, e provano ad affidarsi a me. L´ultima carta che possono giocarsi per cercare di risparmiare un bel po´ di soldi che non ci sono. Evidentemente, al momento non hanno nessuno da beneficiare in questo ramo, altrimenti li troverebbero, in qualche modo. Il guaio è che io non mi sento in grado di fare miracoli, e comunque non accetterei nemmeno se credessi di potercela fare. Se dovessi fallire, esito più certo che probabile, mi brucerei in malo modo, e mi accollerei la responsabilità del disastro, perché quando crolla un ponte si dà addosso al poveraccio che ci sta passando sopra in quel momento, nessuno dice che la struttura è andata in rovina per le sollecitazioni e l´incuria subite in precedenza. Se invece dovessi riuscire nella missione impossibile di rimettere in sesto la situazione, il vero dirigente "guarisce", ed io me ne torno a fare lo sciacquino, con l´unico beneficio della differenza di stipendio per uno o due mesi, perché non avrei più di questo a disposizione per salvare la baracca.
- Che situazione di merda!
Intanto, il computer si è avviato. Fausto ha riportato sulla bozza di risposta già pronta gli estremi della lettera di incarico appena ricevuta, ed ha mandato in stampa il documento. La stampantina laser emette una specie di sbuffo, fa lampeggiare un led sulla destra, poi risucchia un foglio bianco dal vassoio in basso e lo sputa dalla testa pieno denso di caratteri ben allineati.
- Ti vuoi divertire? - chiede all´amico, porgendogli il foglio appena sfornato, mentre con un click del mouse avvia la stampa delle altre copie. - Mi ero già sentito con il capo gabinetto, che mi aveva anticipato questo incarico. Io gli ho detto che non ero disponibile, e lui la lettera me l´ha mandata lo stesso, sfidandomi a metterlo per iscritto.
- Ma così non ti rovini la carriera? Per poter rifiutare l´incarico devi sostenere di non averne le capacità, e con questo ti tagli ogni possibilità futura.
- Lo so, e so che il capo gabinetto mira a questo: o accetto, e mi brucio, o dichiaro di essere un deficiente, e mi frego lo stesso. La mia lettera segue però una terza via. Possibilità di carriera non me ne rovino perché tanto non ne ho lo stesso, e comunque non me ne frega più niente, ormai. Ma la soddisfazione di ammettere che sono un cretino non gliela do.
Giampiero legge il documento che gli ha passato, indirizzato al sindaco e, per conoscenza, ad un po´ di altre alte cariche del comune:

(omissis...)

Giampiero solleva la testa dal foglio con un sorriso compiaciuto. - Credevo che le corrispondenze burocratiche fossero più formali… e noiose.
- E di solito molto meno comprensibili… il famoso burocratese. No, io preferisco uno stile diverso. Quando scrivo, voglio che si capisca quello che dico.
- Direi che la soddisfazione di mandarli a quel paese senza dichiarare di essere un deficiente te la prendi di sicuro, con questa risposta…
- E non solo. Erano anni che aspettavo di avere un´occasione per dire quello che penso.
- Già… ma in questo modo ti tagli ancora di più qualsiasi speranza di promozione. Hai messo per iscritto che questa eventualità equivarrebbe a dire che l´Amministrazione ha commesso degli illeciti!
- Non me ne frega più niente. Quindici anni fa… sì, allora… sarebbe stato molto importante, per me. Mia moglie non lavora, ed abitiamo in affitto in una casa popolare in un quartiere malfamato della città. Purtroppo, non sono riuscito a trovare di meglio, e non potevo spendere quello che chiedevano in altre zone, con un solo stipendio e nemmeno tanto alto. Per questo, ho praticamente cresciuto mio figlio come un recluso, per il terrore che facesse amicizia con le persone sbagliate. Quando avevo tempo lo portavo in giro, dai cuginetti, dai compagni di scuola, ai giardini… ma di uscire di casa da solo e starsene lì attorno non se ne parlava. Per fortuna hanno inventato la Playstation, e il carcere, per Stefano, è stato meno duro. Una promozione, allora, mi avrebbe consentito di farmi una casa… il mio unico sogno. Un sogno irrealizzabile… per un ingegnere! Un altro bel motivo per essere "orgoglioso" della mia carriera. Con la mia laurea, di solito uno si fa ville e palazzi. Ma ormai Stefano ha ventidue anni, fra un po´ si laurea, si sistema… e un´altra casa non mi serve. Si, mi piacerebbe, non immagini quanto, ma non è più così vitale. E comunque, partendo da adesso, non so nemmeno se potrei farcela.
Si poggia contro lo schienale. Forse sta abusando della cortesia dell´amico che lo sta ad ascoltare, scaricandogli addosso i suoi problemi, ma è raro avere un´occasione per sfogarsi. E lui ne ha tanto bisogno.
- Un giorno - continua - mio figlio mi chiede se lo porto a Bologna per vedere il Futur Show. Praticamente, gli rido in faccia. Aveva diciassette anni, all´epoca. Giusto il giorno dopo, in ufficio, il mio dirigente di allora comunica che sarebbe mancato una settimana per andare a Bologna, perché suo figlio, di sei anni, aveva espresso il desiderio di vedere il Gran Premio di San Marino.
Giampiero annuisce, comprensivo.
- Non era tanto per i soldi, perché fra quello che guadagno e quello che spendo, risparmiando ovunque sia possibile, ho da parte una bella cifra. Troppo poco per una casa, ma abbastanza per avere una certa sicurezza economica. È che quando sei abituato a vivere con il minimo, per far quadrare i conti, l´idea di spendere mille o duemila euro per un viaggio del genere ti sembra assurda, fuori del mondo. Mah, ormai… a cinquantaquattro anni, l´unico traguardo a cui aspiro è la pensione, se e quando arriverà, coi tempi che corrono manco quella è sicura. Ogni tanto, quando mi sento gasato, sogno di fare qualcosa all´università… da quando Stefano si è iscritto, mi ha preso una specie di nostalgia. Mi è sembrato di tornare a respirare l´atmosfera dei primi anni, quando sognavo di Berkeley, di una carriera come scienziato, di riuscire a realizzare qualcosa di importante… Un paio di volte ho provato a inoltrare una domanda di supplenza per dei corsi di informatica di base… chissà, fantasticavo, magari entrando con un piede riuscivo a ritagliarmi qualche occasione per rimanerci… ma è andata buca. D´altra parte, gli unici titoli che potevo vantare erano i circa venticinque anni di servizio nel centro elaborazione dati di un comune. Di questo comune, capisci? Probabilmente, quelli che hanno esaminato la domanda si saranno sbellicati dalle risate.
- Ho sentito parlare di una proposta di prepensionamento per voi dipendenti pubblici.
- Pare che sia già saltata, purtroppo. Sarebbe stata una vergogna, ma mi avrebbe fatto davvero comodo. Ma fra le tante stronzate che fanno, sono andati a risparmiarsi proprio quella.
- Perché ne parli in questo modo? Alla base c´erano dei buoni motivi, mi pare.
- Altre stronzate. Prima di tutto, una proposta del genere fa moralmente schifo, per dei lavoratori tutto sommato privilegiati, che siedono ad una comoda scrivania, aria condizionata in estate e riscaldamento in inverno, e con nemmeno poi tanto da fare, mentre si pretende che un muratore salga su un´impalcatura, o un operaio si spacchi la schiena per le strade sotto il sole di agosto o il gelo di gennaio, fino a un´età di sessantacinque anni o anche più… E poi è una cretinata… un´ipocrita cretinata, sostenere che uno a cinquant´anni non ha la testa per adattarsi alle nuove tecnologie. L´età non c´entra. Quello che nel pubblico impiego impedisce di crescere è la mancanza di incentivi, o, meglio ancora, gli incentivi a fare il contrario, a regredire il più possibile. Perché in un ambiente in cui vengono premiati solo gli imbecilli e gli scansafatiche, purché attaccati a qualche buon cavallo, e le persone che lavorano davvero vengono penalizzate, angariate, e sono costrette a guardare i primi che fanno fortuna… Cinquanta, o venti anni, non fanno differenza. Serve solo il tempo di capire come funziona la baracca.
In quel momento si affaccia Giovanni, sulla porta della stanza. - Ingegnere, è arrivato il bar.
- Bene - commenta Fausto, rivolto all´amico - giusto in tempo. Avevo cominciato ad essere pesante.
Più tardi, i due ex compagni di scuola sono fuori, ad arrostire sotto un sole implacabile. Giampiero ha fatto la sua richiesta per il rinnovo della carta di identità, che gli verrà rilasciata fra un paio di giorni, ed è in marcia verso la sua macchina, parcheggiata sotto un albero sul lungofiume, a circa trecento metri di distanza. Fausto lo accompagna.
- E tu come te la passi? - chiede l´ingegnere, con qualche senso di colpa per lo sfogo di prima. - Poco fa ho pensato solo a piangermi addosso, e non ho chiesto niente di te.
- Hai fatto bene. Avremmo fatto un bel duetto. Grazie al cielo non ho famiglia, e quello che arrangio mi basta e avanza. In questo momento siamo in Basilicata, in tour. Non grandi cose, ma si vivacchia. Quello che mi secca è il modo in cui ci procuriamo il lavoro.
- Cioè?
- Chiedendo favori a qualche amministratore, perché senza non batti un chiodo. E siccome la mia compagnia è fatta per lo più di gente che la pensa come me, non abbiamo grossi agganci… e non facciamo grossi spettacoli. Le forze politiche a cui ci riferiamo non gestiscono granché. Quello che mi secca è che comunque il metodo non è diverso da quello che condannavamo alla vecchia DC. Le proporzioni sono diverse, certo, ma lo spirito, purtroppo, è lo stesso.
- Il sistema è questo. Non c´è altro da fare. È come essere in guerra: tu non alzeresti mai un dito contro un tuo simile, ma se sei al fronte devi obbedire alle leggi del fronte, e se è necessario quel dito lo devi premere sul grilletto, contro un tuo simile.
Si fermano sul bordo del marciapiedi ad attendere il passaggio di un´auto, prima di attraversare. Un bel coupè coreano rosso fiammante.
- Il "bravo ragazzo" amico di Raffaele se la passa bene, a quanto pare - osserva Giampiero, riconoscendo il giovane al volante dell´auto sportiva.
Fausto guarda nella direzione ammiccata dal suo ex compagno di scuola e riconosce lo spacciatore che avevano conosciuto in pizzeria, alcuni mesi prima, durante la loro rimpatriata. - Sfido - ribatte. - Se non se la passa bene lui… Se volessi davvero bene a mio figlio, gli direi di buttare i libri dalla finestra e seguire le… sue… or… me.
Era solo una battuta. Una battuta stupida, di pessimo gusto, dettata dalla rabbia, dalla frustrazione, dalla voglia di dire qualcosa di cattivo, di acido, in un mondo che pare partorito non da un Dio buono e misericordioso, ma dalla mente malata e perversa di un demone maligno.
Non avrebbe mai pensato seriamente quello che diceva.
È per questo che la frase gli si strozza quasi in gola. Sbianca in volto, e avverte sulla bocca dello stomaco un colpo improvviso e violento, come se un invisibile camion glielo avesse centrato in pieno, quando vede l´altro ragazzo, nell´auto, sul sedile del passeggero, che sembra discutere animatamente con il guidatore.
E lo riconosce.
La voce allarmata di Giampiero sembra lontana, come se arrivasse da un altro pianeta: - Fausto… Ehi, Fausto… che ti prende? Ti senti bene?



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