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Voci bianche a Montecitorio

qui
si può scaricare
l´intero romanzo
in formato pdf



prologo
Capitolo 01:  l´assalto
prologo 2
Capitolo 02:  la rimpatriata
Capitolo 03:  uno strano amico
Capitolo 04:  l´onorevole e il cameriere
Capitolo 05:  una ricerca scolastica
Capitolo 06:  una giornata no
Capitolo 07:  una rabbiosa chiacchierata
Capitolo 08:  la prima grossa bastardata
Capitolo 09:  piromani all´attacco
Capitolo 10:  un coro di voci bianche
Capitolo 11:  padre e figlio
Capitolo 12:  una vita, 25 euro
Capitolo 13:  la decisione
Capitolo 14:  le regole del gioco
Capitolo 15:  comincia lo spettacolo
Capitolo 16:  ... ma non durerà molto
Capitolo 17:  il pedinamento
Capitolo 18:  l´esodo
Capitolo 19:  la predica e le resurrezioni
Capitolo 20:  la resa
Capitolo 21:  l´attacco
epilogo

Per chi va di fretta
I punti salienti


NB: qua e là ci sono alcuni (pochi) tagli, segnalati con degli omissis, che non dovrebbero comunque compromettere la comprensione del testo. Potrò spiegarne la ragione solo se e quando ci saranno le condizioni per eliminarli


Ho scritto questo romanzo perché avevo tante, troppe cose da dire.
Ma a me non piace parlare da solo, così eccolo qui, pronto a prendervi, senza altri costi oltre a quelli della vostra connessione…

Se vi va, la mia casella di posta
raf.derose@gmail.com
è pronta a ricevere qualsiasi sorta di critiche (sempre bene accette), di insulti (questi, meno graditi, ma quando tocca… tocca), o… al vostro buon cuore.

Se poi volete darmi un piccolo aiuto, leggete qui come fare.

Capitolo 06: una giornata no


È risaputo, ci sono giornate in cui uno non dovrebbe alzarsi dal letto. Bisognerebbe darsi malato, magari per morto, e restare avvolto nelle coperte senza andare neppure ad orinare.
Quello che non è noto, purtroppo, è come riconoscere in tempo giornate del genere per correre ai ripari.
Raffaele De Rose non ha il dono della preveggenza. Così, anche oggi è in questura, al suo posto di lavoro, ad affrontare una nuova giornata che, tipicamente, appartiene ad una fra due tipologie opposte: una noia mortale, o un maledetto inferno.
Statisticamente, oggi dovrebbe essere una giornata noiosa, visto che la sua dose di dannazione l´ha avuta ieri, con la cattura di quel maledetto rapinatore tossicomane. Aveva fatto venire un accidente ad una povera cassiera, in un supermercato in periferia, puntandole alla tempia una pistola per costringere lei e le sue colleghe vicine a svuotare le loro casse nella borsa che aveva con sé. Quando non segue casi grossi, e quello non lo era, tipicamente passano un po´ di giorni prima di averne una simile. Probabilmente, "sarà" una giornata noiosa, visto che l´unico impegno in agenda è un appuntamento con il giudice Corradini fissato per le dieci. Più che noiosa, pallosa, considerato come vanno di solito questi incontri: o pressioni ansiose e assurde, per avere subito risultati che non ci sono, tipicamente per accontentare la stampa, quando sta dietro a qualche brutta gatta da pelare e la situazione non offre il minimo spiraglio; o, come prevede per oggi, superflue, esagerate e imbarazzanti congratulazioni per il lavoro svolto, come se sbattere dentro un balordo così "fatto" da non reggersi quasi in piedi fosse un´impresa da prima pagina.
È per questo che, alle dieci meno cinque, è al bancone del bar di fronte per tirarsi su con il superlativo caffè di Gianni. Quel nuovo ragazzo fa un caffè eccezionale, chissà dov´è che ha imparato. Il proprietario del bar e i suoi clienti hanno fatto un eccellente affare con quell´assunzione. Una sua tazzina equivale ad una scarica di adrenalina.
Solo che oggi, quel caffè, a Raffaele la scarica gliela dà nel modo sbagliato, visto che, anziché nello stomaco, finisce per intero sulla sua camicia.
- Accidenti! - esplode il commissario con il suo vocione. Sì, lui… grosso, è grosso, e anche parecchio ingombrante, ma quello stupido ragazzino che gli siede accanto… Poteva chiederlo, un altro cucchiaino, dopo che quello che gli avevano dato era finito per terra, invece di protendersi oltre il bancone per buttare quello sporco nel lavandino e prendersene uno pulito. E tirargli una gomitata tornando a sedere sulla sua seggiola, giusto mentre il poliziotto avvicina alla bocca quel prezioso liquido nero.
Il ragazzo sbianca in volto, vedendo quello che ha fatto e soprattutto la divisa su cui l´ha fatto, e comincia a balbettare delle incomprensibili scuse.
Raffaele salta all´indietro, prima per il bruciore del caffè bollente sul petto, poi vedendo la larga macchia nera sulla camicia d´ordinanza, e infine trasale all´idea che dovrà presentarsi in quello stato davanti al giudice Corradini fra… tre minuti esatti. Guarda il ragazzino sull´orlo di un colpo apoplettico, rimpiangendo di non poterlo sparare per così poco, poi torna a guardare la macchia sulla sua camicia, e comincia ad intuire che quella non è la giornata giusta.
Quanto non sia giusta, non ha modo di prevederlo.
- Va bene, va bene - fa al ragazzo. Una sberla se la sarebbe meritata, ma già quello che sta passando è una punizione anche troppo spropositata. Sedici anni, si sentono ormai adulti e in grado di dominare il mondo, poi si perdono in un nonnulla, e atterriscono all´idea di non avere nei paraggi una gonna a cui attaccarsi. - Non è morto nessuno. Solo, la prossima volta fa più attenzione… e siediti più lontano.
Afferra un paio di tovaglioli di carta e cerca di fargli assorbire quello che può del liquido che ha addosso, imprecando mentalmente. Fosse stato di taglia normale, avrebbe potuto scambiarsi la camicia con qualche collega, almeno per l´incontro con il magistrato…
Il giudice Corradini non può fare a meno di notarlo, quando il poliziotto entra nel suo ufficio. Che diamine, è un investigatore, non gli può sfuggire una macchia così grossa su un petto così esteso!
- Cosa le è successo?
Raffaele si chiede quante spiegazioni alternative possano esistere alla presenza di una macchia di caffè sulla camicia, e spiega brevemente: - Un piccolo incidente al bar. E nessun cambio disponibile.
- Vedo - risponde il giudice. - Prego, si sieda.
A giudicare dal suo umore, pare che non stia per arrivare l´inopportuna sequela di complimenti per l´operazione della sera prima. Che, per quanto sgradito, è di solito l´intervento più piacevole che possa aspettarsi da quell´uomo.
- Dica un po´… vuole mettermi nei guai? - esordisce, senza nessun preambolo.
Non si riferirà alla macchia sulla camicia, pensa Raffaele. Così chiede: - Prego?
- Ieri ho esaminato il materiale che mi ha mandato su quello strozzino, il Mesina.
Fa una pausa. Pare si aspetti che, con questo, il poliziotto capisca a cosa si riferisce.
- Ebbene? - chiede Raffaele, che invece non comprende che guaio stia cercando di procurargli con quella pratica.
- Cosa le salta in mente di andare a intercettare l´onorevole Vordone? Un parlamentare!
- Non è… esattamente così. Io non tenevo sotto controllo telefonico l´onorevole, ma il Mesina. È stato lui a chiamare il numero sbagliato.
- Questo non cambia niente. Lei sa benissimo che una comunicazione del genere non è intercettabile senza l´autorizzazione preventiva della Camera dei Deputati. Tutto quello che ha registrato, ai fini processuali, non ha nessun valore. E se cercassi di avvalermene susciterei unicamente un enorme vespaio.
Un improvviso crampo allo stomaco toglie il respiro al gigantesco commissario di polizia. Aveva sentito da altri, in passato, discorsi del genere, ma non aveva mai vissuto un´esperienza del genere in prima persona.
- Ebbene, non ha niente da dire? - lo incalza il giudice. "In sua discolpa", sarebbe la logica prosecuzione della frase, ma il magistrato non arriva a tanto. Un po´ di pudore, almeno.
Ha bisogno di schiarirsi la voce, prima di parlare. - Se un cittadino assiste "per caso" ad un crimine, e non lo denuncia, e non porta in tribunale la propria testimonianza, è perseguibile dalla legge come favoreggiatore…
- Dove vuole arrivare?
- No, niente… stavo seguendo un percorso mentale… forse troppo lungo da spiegare adesso.
- Già.
- Quello che mi chiedo è dove siano finiti la logica e il buon senso. Se una prova è chiara, precisa, incontestabile, determinata da un evento casuale e non prevedibile, come fa ad essere nulla solo perché non si è potuta chiedere prima un´autorizzazione?
- Commissario De Rose, le ricordo che la logica e il buon senso, per noi, provengono soltanto dalle leggi scritte, approvate e regolarmente divulgate. Se vuole cambiarle, si dia alla politica. Ma se veste quella divisa, deve limitarsi ad applicarle in maniera puntuale e conforme. - Il tono del magistrato è amaro, però. È chiaro che nemmeno lui condivide in pieno. Ma pure lui, anche se non si vede, porta una divisa, ed è tenuto ad uniformarsi ad essa.
Raffaele guarda gli abiti che indossa, rivede la macchia sulla camicia, e pensa che mai è stato vestito in maniera più appropriata alle circostanze.
- Quella intercettazione sarà distrutta, per cui è come se non fosse mai stata effettuata. Le consiglio di tener bene a mente il concetto, per evitare gaffe che potrebbero costare care a entrambi.
- Bene - commenta Raffaele, alzandosi. - Suppongo che non ci sia altro.
Non c´è altro.
Anzi, no, qualcosa c´è…
- Ah, complimenti per l´operazione di ieri. Ha salvato una ragazza, mi è stato riferito. Una commessa. Bravo.
Raffaele è già sulla porta quando si ricorda che anche a lui spetta di dire qualcosa: - Ah, sì… grazie. Ma ho compiuto solo… il mio dovere.
Nel corridoio l´aria sembra più fresca, più pura, a dispetto del fumo di sigaretta e del puzzo di sudore che vi aleggiano perennemente. Torna a guardarsi la camicia, e decide che, in ogni caso, non può passare tutta la giornata in quello stato. Avviandosi verso l´uscita, prende il cellulare e chiama l´agente Rimoli. - Franco? Sono Raffaele. Faccio un salto a casa a cambiarmi la camicia. Se c´è qualcosa di urgente chiamami sul telefonino.
In auto, continua a pensare al colloquio con il magistrato. E la rabbia torna a montare. Come si dice? "La legge è uguale per tutti". Gran bella frase. Fa un certo effetto, sentirla pronunciare.
Ma quale legge?
Talvolta si è chiesto, in realtà, chi stesse proteggendo con indosso quella uniforme. Il cittadino? O l´ordine costituito? In teoria, dovrebbe essere una domanda oziosa, le due cose dovrebbero essere equivalenti. In pratica, spesso, troppo spesso, c´è un abisso.
Esattamente ora ne ha un´ulteriore prova. Perché si accorge in ritardo di alcune cosette. Che per la fretta che ha, ed incazzato com´è, sta premendo un po´ troppo sul pedale dell´acceleratore. Niente di drammatico, ma ha dimenticato che lì c´è il limite dei quaranta, su un largo rettilineo in periferia con campagna su un lato ed un fiume sull´altro. E che spesso, lì, gli "amici" vigili urbani si piazzano con l´autovelox. Non quando servirebbe, la mattina alle sette e mezza, per esempio, quando quella strada è percorsa da un´infinità di pendolari che scendono a velocità folle, sorpassandosi a vicenda in maniera spesso azzardata, verso l´incrocio che sta alla fine, un vero e proprio collo di bottiglia, per arrivare prima e ridurre quanto possibile i tempi di attesa per entrare finalmente in città. Allora, sì, quella strada rischia di diventare una trappola mortale. Ma non funziona così. L´autovelox si piazza fra le nove e le undici di mattina, quando in giro non c´è più nessuno, tranne qualche malcapitato che su una strada così, completamente sgombra, non si sogna minimamente di viaggiare al disotto di una velocità consentita persino in centro.
Oggi, uno dei malcapitati è lui.
Vede con la coda dell´occhio l´apparecchio sul ciglio della strada, e il vigile che, soddisfatto, vi si dirige per controllare il frutto del suo lavoro.
Quelli non hanno bisogno di autorizzazioni speciali per farti un salasso con tutti i cazzi, pensa stizzito.
Maledizione, è per questo che la gente comune ti guarda di traverso, se indossi una divisa. Perché prima che un difensore della legge, uno sbarramento contro la criminalità, un protettore dei più deboli, vedono in te lo stronzo in agguato dietro l´angolo pronto a riscuotere altre entrate per conto di uno stato corrotto e scialacquatore.
Decisamente, non è giornata. Gli converrebbe mettersi a letto, giacché sta tornando a casa, e inventare una scusa qualsiasi per il comando.
Peccato che le idee giuste, quando vengono, spesso non siano riconosciute.
A casa lo attende un´altra novità. Potrebbe essere buona, potrebbe essere cattiva, all´interno di un rettangolo di carta in attesa nella casetta delle lettere. Attraverso il vetro, ha riconosciuto l´intestazione sulla busta, quella di una famosa casa editrice.
Se contenesse una risposta positiva, non potrebbe capitare in un momento migliore.
Aveva cominciato a scrivere anni prima per passione, per divertimento, sognando grandi successi, sue foto sulle copertine, e fama, ricchezza, viaggi, avventure… Con il tempo, quella fantasticheria si era trasformata nella semplice speranza di avere l´opportunità di levarsi l´uniforme che porta addosso e vivere senza più brutture da affrontare quotidianamente davanti… e dietro.
Ma non è la giornata giusta per potersi aspettare buone nuove.
Apre la missiva con un´ansia velata da rassegnazione. La comunicazione contenuta conferma le sue paure:

Egregio Signor De Rose,
nel ringraziarLa per aver voluto sottoporre alla nostra attenzione il Suo romanzo "Tutti gli amori di Flaminia Langdon", siamo spiacenti di doverLe comunicare che il nostro comitato di lettura, dopo attento esame, si è dichiarato sfavorevole ad una sua pubblicazione presso la nostra casa.
AugurandoLe buon lavoro, inviamo cordiali saluti…

È abituato a quella formula, ormai. Oppure il problema è che i loro programmi editoriali sono già pieni per tutto il prossimo triennio. Sono oltre vent´anni che riceve rifiuti, tutti uguali, qualunque sia la provenienza. Ed è già tanto, spesso altri non rispondono nemmeno, e tu attendi, e attendi, e attendi…
La casa è vuota. Anna è in ufficio. Meglio così, non ha una faccia con cui convenga presentarsi ad una dolce ed apprensiva mogliettina. Va su in camera da letto, butta la lettera in un cassetto del comodino, poi con calma la conserverà assieme alle altre, e pesca nell´armadio una camicia pulita.
Un giorno imbroccherà quello giusto, dice a se stesso, mentre si cambia. Basta piazzare il primo, e poi è fatta. In Italia non importa quello che fai, bisogna solo avere un nome. Anche se non c´entra niente con la letteratura. E ti pubblicano di tutto. Gli tornano in mente alcuni passi di un libro pubblicato dalla maggiore casa editrice italiana, almeno per lui, cresciuto a forza di Topolino, prima, di Gialli poi, e che da sempre rappresenta il suo sogno più grande, diventarne uno degli autori. Pino Scarafone, uno dei protagonisti del "Grande Bordello", con le sue pillole di saggezza popolare. Li ha letti su un sito Internet dedicato agli autori "esordienti" (un eufemismo per indicare aspiranti scrittori senza nessuna possibilità di pubblicazione) come lui, quale esempio di quello che riesce a fare un´editoria moderna che si spaccia per fonte di cultura ed in nome del dio Profitto mette in vendita le sconcezze più aberranti. Che schifo! A queste condizioni, quante speranze ci sono per ritagliarsi un posticino al sole?
Guarda il portatile, in un angolo della stanza accanto alla finestra, e sospira. Quel basso scatolotto argentato contiene tutti i suoi sogni, tutte le sue speranze. Ma sta chiuso in quel modo ormai per troppo tempo. È facile star lì a scrivere, quando a muoverti sono passione, entusiasmo, ottimismo. È dura, troppo dura, quando a spingerti sono rabbia e delusione.
Il viaggio di ritorno è molto più calmo di quello di andata. La fretta di prima ha ceduto il posto ad una specie di insofferenza, l´incazzatura ad un senso di spossatezza. Passa lentamente davanti all´autovelox, lancia un´occhiata di disgusto verso l´agente appostato lì accanto per spennare i polli di passaggio, torna a riflettere sulla sua situazione, a decidere di insistere nella sua attività letteraria con più determinazione, di trovare più tempo, più… forza. Non deve mollare. Non può mollare. Meglio inseguire una stupida e irrealizzabile illusione, che arrendersi alla rinuncia.
È sull´incrocio all´ingresso della città che sente squillare il suo cellulare. Accosta, e risponde. Sul display legge il nome dell´agente Rimoli.
- Si?
- Commissario… hanno appena chiamato… nel centro storico, un tentativo di rapina ad una tabaccheria accanto al bar Rovelli.
- Sono da quelle parti. Ci arrivo subito.
- Faccia attenzione, è armato, e… forse c´è scappato il morto. Il tabaccaio ha cercato di reagire e gli ha sparato. Le nostre macchine stanno arrivando.
- Arriverò prima io - e chiude la comunicazione. Chiunque sia quel balordo, avrà scelto la giornata sbagliata per mettersi a fare cazzate, se riesce a mettergli le mani addosso.
Riparte con una sgommata, suonando furiosamente il clacson per allertare gli altri automobilisti e chiedere strada. Grazie al cielo, il traffico delle undici consente rapide manovre come quella, e dopo un paio di minuti è già in vista dell´esercizio rapinato, indicato dal capannello di gente che si forma sempre in questi casi. Quando la sua auto è abbastanza vicina, qualcuno nota la divisa indossata dal guidatore e accorre a dare indicazioni.
- È scappato di là, in quel vicolo!
Ovviamente, il vicolo non è carrabile, trattandosi di una delle anguste scalinate che percorrono la parte vecchia della città.
Scendendo dall´auto chiede: - Il tabaccaio?
- È a terra e non si muove. Forse è morto.
Si lancia all´inseguimento senza dire altro. È un peccato aver perso il vantaggio dell´auto, ma ha tanta di quella rabbia in corpo che forse non gli farà male sgranchirsi le gambe.
Il brutto di quel dedalo di viuzze deserte è che è costellato di biforcazioni, e lui non ha tracce da seguire, né persone in grado di indicargli la direzione presa dal fuggitivo.
Il bello è che, se non prendi esattamente la direzione opposta, può farti ritrovare addirittura avanti, se quello ha seguito un percorso più lungo, e vederlo arrivare mentre ti sta letteralmente correndo incontro.
Sarebbe più bello ancora, se il tizio non fosse armato e deciso a tutto.
Raffaele sente l´esplosione, ed il sibilo del proiettile che gli passa accanto e rimbalza contro il muro a mezzo metro di distanza, prima ancora di essere cosciente della figura che, di fronte, gli si sta avvicinando di corsa. Si appiattisce contro il muro, per quello che può considerata la sua stazza. Una sporgenza nella parete della casa gli offre sufficiente riparo per non fargli fare da bersaglio ad un secondo colpo.
Sente il rumore di passi frenetici che vengono frenati, e che ripartono in senso inverso.
Lascia il riparo e si lancia all´inseguimento, in tempo per scorgere il tacco sollevato della preda sparire oltre un angolo. Gli basterebbe riuscire a vedere chi è, poi potrebbe ricercarlo con calma con l´aiuto dei suoi. Ma non è dell´umore giusto per accontentarsi di una conclusione così semplice. Mettergli le mani addosso, e approfittare della situazione per scaricargli addosso, a furia di calci e di pugni, la rabbia repressa per l´onorevole fedifrago protetto dalle leggi, per il salasso che lo attende con l´istantanea della sua macchina in ossequio ad altre belle leggi, per i pensieri profondi del grande neo-letterato del "Grande Bordello" e per le linee editoriali che sono sempre diverse da quello che scrivi anche quando mandi un romanzo giallo ad una casa editrice specializzata in romanzi gialli: questa sì, è una soluzione che lo ispira per davvero.
L´inseguimento si rivela più lungo del previsto. Quel tizio sembra avere un piede lesto, anche ben allenato, e forse anche pratico del posto. Nessun problema, è un duello ad armi pari. Nonostante la corporatura massiccia, il commissario De Rose stupisce tutti per la sua agilità e il suo fiato, ed in quei vicoli c´è cresciuto, vi ha corso tante di quelle volte, allora per gioco, da potersi muovere ora con una disinvoltura difficilmente eguagliabile. Di rado il fuggitivo è in vista, e solo per qualche breve istante, ma lo scalpiccio e il suo ansimare guidano senza problemi i passi dell´inseguitore.
Un acuto suono di sirene avverte che i rinforzi sono arrivati. L´amico ormai è in trappola. Potrebbe decidere di arrendersi, o finire fra le braccia di qualche altro agente… altre due soluzioni che a Raffaele non piacciono. Non stavolta.
Maledizione, come gli prudono le mani!
Il fuggiasco è dello stesso parere, anche se per motivazioni opposte. Non potrà correre in eterno senza incappare nella maglia ormai tessuta attorno a lui, e in ogni caso il fiato comincia a mancare, ma l´idea di arrendersi non lo sfiora neppure. Così ad un certo punto salta al riparo di un portone, si gira e spara. Alla cieca, perché altrimenti sbagliare un bersaglio così grosso metterebbe fortemente in discussione l´utilità di andarsene in giro con una pistola. Ciò che ottiene è solo fermare l´avanzata del poliziotto, costretto di nuovo a riparare dietro uno dei massicci contrafforti di quei vecchi palazzi.
- TI SEI CHIUSO IN TRAPPOLA, COGLIONE - gli urla Raffaele, sperando di convincerlo a qualche sortita per potergli mettere le mani addosso. In caso contrario, dovrà contentarsi di aspettare l´arrivo dei soccorsi, guidati dagli spari, e rassegnarsi ad una resa tranquilla dell´assassino.
La risposta è un nuovo colpo, che fa saltare alcune schegge di muro a pochi centimetri dalla sua faccia. È il quarto che gli spara addosso, più almeno uno con cui ha forse ucciso il tabaccaio… cinque. Ci sarebbero buoni margini per confidare in un´arma scarica, con alcuni vecchi tipi di pistola.
Nessun´altra iniziativa da parte del delinquente.
No, non gli va di lasciarlo agli altri. Ha bisogno di menar le mani, e non ha nessuna intenzione di lasciarsi scappare un´occasione così ghiotta.
Si affaccia a controllare.
Il portone è a meno di una decina di metri di distanza, e al momento pare che l´amico si stia preoccupando solo di starsene rintanato là dentro. Magari a ricaricare la pistola.
Deve tentare una sortita, subito.
Una veloce corsetta, e se quello si affaccia fa prima lui a mirare e sparare giusto.
Ci stai, Raffae´?
Cacchio, e me lo chiedi pure!
Salta fuori dal suo riparo e corre verso il rifugio del fuggitivo, pistola e occhi fissi in avanti e pronto a far fuoco. Guadagna il fianco del portone senza incidenti, e vi si appiattisce prima di arrischiarsi a dare un´occhiata dentro. Il tipo deve aver sentito la sua corsa, ed è probabile che adesso sia lui ad avere l´arma puntata verso l´ingresso, pronto a far fuoco prima che il poliziotto possa mettersi in posizione di tiro.
Attende.
Da una parte, dal dedalo di viuzze che si diramano tutto attorno, uno scalpiccio di passi in rapido avvicinamento. I suoi compagni di squadra stanno ormai arrivando.
Dall´androne che ha preso sotto assedio, alcuni suoni che fatica ad interpretare. Sembrano…
Singhiozzi.
E poi un pianto soffocato.
Si affaccia a guardare dentro, e vede l´uomo seduto a terra, spalle contro il muro, la testa affondata fra braccia e ginocchia. La pistola è ancora in mano, ma pare penzolare, come se fosse semplicemente rimasta attaccata alle dita.
- Butta quell´arma e fammi vedere chi sei - gli ordina, avvicinandosi.
Il bandito obbedisce. Ma nell´ordine sbagliato.
Fa prima vedere chi è, sollevando il volto pieno di lacrime.
E già lì Raffaele rimane esterrefatto.
Così sconcertato da suggerire al delinquente che probabilmente tarderà qualche istante ad accorgersene, se, anziché eseguire la prima delle due istruzioni, tornerà a stringere con decisione la pistola che dovrebbe buttare,
e la punterà contro il suo petto,
e farà fuoco,
e poi di nuovo,
e poi ancora, e ancora, tanto stanno per prenderlo e non ha nessun motivo di risparmiare qualche colpo nel caricatore …
A voler considerare l´aspetto positivo della faccenda, possiamo almeno dire che, per il commissario Raffaele De Rose, questa schifosa giornata finisce con largo anticipo rispetto al dovuto.



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