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Voci bianche a Montecitorio

qui
si può scaricare
l´intero romanzo
in formato pdf



prologo
Capitolo 01:  l´assalto
prologo 2
Capitolo 02:  la rimpatriata
Capitolo 03:  uno strano amico
Capitolo 04:  l´onorevole e il cameriere
Capitolo 05:  una ricerca scolastica
Capitolo 06:  una giornata no
Capitolo 07:  una rabbiosa chiacchierata
Capitolo 08:  la prima grossa bastardata
Capitolo 09:  piromani all´attacco
Capitolo 10:  un coro di voci bianche
Capitolo 11:  padre e figlio
Capitolo 12:  una vita, 25 euro
Capitolo 13:  la decisione
Capitolo 14:  le regole del gioco
Capitolo 15:  comincia lo spettacolo
Capitolo 16:  ... ma non durerà molto
Capitolo 17:  il pedinamento
Capitolo 18:  l´esodo
Capitolo 19:  la predica e le resurrezioni
Capitolo 20:  la resa
Capitolo 21:  l´attacco
epilogo

Per chi va di fretta
I punti salienti


NB: qua e là ci sono alcuni (pochi) tagli, segnalati con degli omissis, che non dovrebbero comunque compromettere la comprensione del testo. Potrò spiegarne la ragione solo se e quando ci saranno le condizioni per eliminarli


Ho scritto questo romanzo perché avevo tante, troppe cose da dire.
Ma a me non piace parlare da solo, così eccolo qui, pronto a prendervi, senza altri costi oltre a quelli della vostra connessione…

Se vi va, la mia casella di posta
raf.derose@gmail.com
è pronta a ricevere qualsiasi sorta di critiche (sempre bene accette), di insulti (questi, meno graditi, ma quando tocca… tocca), o… al vostro buon cuore.

Se poi volete darmi un piccolo aiuto, leggete qui come fare.

Capitolo 05: una ricerca scolastica


Forse ci siamo dilungati molto su quella fatidica serata, ma era conveniente, e necessario. Conveniente perché in un colpo solo abbiamo fatto conoscenza con tutti i pazzoidi criminali (anche se, finora, non hanno dato questa impressione) che fra qualche mese irromperanno a Montecitorio, con uno degli elementi (Renato) che innescheranno quella furia, e con il personaggio decisivo, il cameriere ex infermiere, che offrirà la soluzione a come entrare in palazzo. Armati di tutto punto, intendo. Necessario perché abbiamo cominciato ad annusare un po´ del clima che ha portato a quell´azione. D´accordo, gente che vorrebbe pagare meno tasse, ce l´ha con il governo e vede tutto nero ce n´è tanta. Se bastasse questo per dare fuoco alla miccia, oggi più di quarantanove milioni di italiani tirerebbero fuori coltelli, pistole e pali di scopa per dare addosso ai rimanenti.
Serve qualcosa di più.
Una scintilla.
O una violenta scossa, fate voi.
Intanto, se quella serata non avesse avuto luogo, nulla sarebbe avvenuto. In altri universi, compreso il nostro, niente "è" avvenuto.
Ma noi siamo incappati nell´universo sbagliato.
Come ho già detto, però, non basta. Altro dovrà accadere per scatenare quella follia.
E accadrà.
Per capire meglio, scaveremo un po´ di più nella vita dei personaggi principali, e vedremo cos´altro andrà ad accatastarsi su un terreno già lavorato bene con rabbia e rancore, fino a spingerli verso quell´assurda sortita.
Intanto diamo un´occhiata ad una giornata tipo dell´ingegner Luberto. Magari proprio quella in cui il nostro Caso-Destino regista infila un altro tassello del suo puzzle, con l´innocua ricerca scolastica su Internet di un ragazzino di undici anni.
Fausto Luberto è un cinquantaquattrenne ingegnere informatico, sposato, con un figlio, come già sappiamo, che studia Fisica all´università e sogna di compiere ricerche sulla fusione nucleare.

(omissis...)

Anche lui, nei primi anni di università, fantasticava su un futuro da grande scienziato, ma sei anni di duro studio, delusioni e frustrazioni di vario genere riescono a sfiancare il più convinto e tenace dei sognatori, così che, conquistato l´agognato "pezzo di carta" (in questo, alla fine, si era trasformata la sua aspirazione iniziale), stanco morto e senza più illusioni, non desiderava altro che "sedersi", come si dice in gergo, e guadagnarsi da vivere senza troppi problemi con l´insegnamento o (magari!) un tranquillo posticino in qualche ente locale.
Era stato fortunato, sfacciatamente fortunato, ed eccolo ora impiegato comunale, come sperava, con oltre venticinque anni di anzianità.
Maledetta fortuna!
Lo hai imparato tardi, come funziona veramente. Hai imparato tardi che, quando sei stanco, quello che serve è un po´ di riposo, non buttare alle ortiche il resto della tua vita. Vero è che, a venticinque anni, e con una ragazza già da cinque, non ne potevi più di vivere alle spalle di tuo padre. Non vedevi l´ora di metterti a lavorare, altro che riposo! Per smettere di essere un peso per i tuoi, e creare una tua famiglia. Ed è vero anche che, visto che di emigrare non volevi sentir parlare, non avresti comunque potuto permetterti il lusso di dire "no grazie" ad un impiego sicuro ed ambito in una terra dove gente più preparata e in gamba di te fa la fame o finisce a fare il cameriere in un ristorante.
Ma la stanchezza è passata da un pezzo, e non solo quella, ed ora sono rimaste solo le ortiche.
Non è la prima volta che si sorprende immerso in questi pensieri. E negli ultimi tempi queste amare riflessioni sono diventate sempre più frequenti, entrando quasi a far parte della routine quotidiana…

(omissis...)

… attesa della prima telefonata della giornata (arriveranno a pioggia) per la comunicazione di qualche problema. Problemi che lo terranno impegnato per una grossa fetta dell´orario lavorativo, molti dei quali evitabili se avessero un sistema più moderno, ed operatori meno allergici al lavoro in generale ed al lavoro a terminale in particolare. È durante queste attese, che in giorni particolarmente ricchi di grazia si protraggono per qualche minuto in più, che i suoi pensieri scivolano verso quelle amare riflessioni.
Tanto non ha altro da fare.
In passato, nei primi anni, ne aveva avuto lavoro, e voglia di lavorare: l´informatizzazione dei servizi era ancora agli albori, cose da fare ce n´erano parecchie, e lui aveva l´entusiasmo dei novellini che si illudono di realizzarsi e fare carriera sgobbando e producendo risultati. Questo gli ha permesso di crearsi anche una certa fama, allora. Fama che ora gli consente di vivere praticamente di rendita.

(omissis...)

Ora è davvero un perfetto impiegato pubblico, quello delle barzellette e dei luoghi comuni, che non fa niente, non sa fare niente e non ha voglia di fare niente. Ci diventi per forza, quando ti trovi in una fogna e non hai nessuna speranza che le cose possano cambiare, se non in peggio. Una delle cose che più lo irritano è dover supportare colleghi di lavoro che non solo non capiscono niente di quello che devono fare, ma non hanno nessuna intenzione di capirci qualcosa. Ma, d´altra parte, è costretto ad ammettere che lui stesso non è molto diverso da quella gente, ormai. Non è che per assumere al comune fanno prima dei test di intelligenza e poi scelgono i più coglioni, è che coglioni si diventa, si decide di diventarlo, si è felici di diventarlo, quando ci si rende conto di essere in un ambiente dove non vengono premiati impegno, professionalità e risultati, ma solo la capacità di leccare il culo ai vari assessori o sindaci di turno.
Se vivesse in qualche altro posto, in condizioni di mercato reale, con opportunità di lavoro per chi sa fare qualcosa o è disposto ad impararlo, avrebbe lasciato quell´impiego e se ne sarebbe andato sbattendo la porta almeno quindici anni addietro. Ma nella regione più reietta e regredita d´Italia, dominata dal malaffare, dall´incapacità, e da una specie di paranoia (ci si piange continuamente addosso, e contemporaneamente ci si esalta ad ogni occasione vantando cultura, intelligenza ed un´infinità di altre risorse che, se fossero reali, dovremmo essere noi a candidarci per aiutare il resto d´Italia, anziché stare continuamente a piatire soccorso), e dove l´unica vera prospettiva ragionevole è andare via, se hai la fortuna di ritrovarti una merda d´impiego come quello te lo tieni stretto, specie se hai una famiglia da mantenere. E sei tenuto ad essere anche contento di averlo!
I primi due impegni di oggi arrivano contemporaneamente: Giovanni, l´usciere del suo ufficio, con figlio undicenne al seguito, e trillo del telefono.
- Buongiorno, ingegnere.
- Ciao. Entra, e scusami un attimo - gli fa lui, sollevando la cornetta. Poi, all´apparecchio: - Si?

(omissis...)

- Ingegnere, scusate per il disturbo. Questo è Michele, mio figlio…
- Ciao, Michele - fa Fausto, al ragazzo, levandosi dalla faccia quell´espressione seccata. - Vieni, siediti al computer.
Il giorno prima, Giovanni gli aveva spiegato che suo figlio, prima media, doveva fare una ricerca su Internet, e gli aveva chiesto di aiutarlo, visto che loro, a casa, ancora il computer non ce l´hanno. "Nessun problema", aveva risposto, sinceramente.
- Il tuo insegnante ti ha spiegato come devi fare?
- Si - risponde il ragazzo. Ha un aspetto sveglio. Il padre vuole che studi perché un giorno possa lavorare lì al comune, non come usciere come lui, ma come informatico. Fausto gli augura di cuore di non fare quella fine. - Dobbiamo fare una ricerca sul parlamento italiano. Il professore ha detto che, per trovare qualsiasi cosa, possiamo usare un motore di ricerca, e scrivere il nome di quello che dobbiamo trovare.
- Bravo. Puoi usare Google. Ce l´ho fra i preferiti, vedi… clicca lì.
Il ragazzo, stranamente, pare abbastanza padrone nell´uso del mouse. PC a casa non ne avranno, ma deve essersi allenato da qualche parte. Forse a scuola. Dirige senza incertezze il puntatore (già questo, per i principianti, un´impresa, far andare il mouse dove si vuole) alla voce di menù preferiti del browser, seleziona Google, e digita tranquillamente nell´apposita casella di testo le parole "parlamento" e "italiano". Una sfilza di link compare in un istante nella finestra del programma.
- Il tuo ragazzo ci sa fare - commenta Fausto ad un Giovanni orgoglioso. Poi, rivolto a Michele: - Bene, vedo che te la sai cavare da solo. Se hai bisogno di aiuto mi chiami.
Michele annuisce senza distogliere lo sguardo dallo schermo, già tutto concentrato nella sua ricerca.
Quante seccature si risparmierebbe se i suoi colleghi avessero la metà dell´apertura mentale di quel ragazzo, pensa Fausto, fra il soddisfatto e lo scorato. Si volta, e sulla porta vede tre figure in attesa che si accorga di loro. No, non per educazione o timidezza. Il contrario, semmai.
- Ah, assessore… buongiorno - fa. Poi saluta gli altri due, chiamandoli per nome. Anni addietro erano pari grado, colleghi nello stesso ufficio, e talvolta hanno anche sbrigato del lavoro assieme. Ora sono entrambi dirigenti. - Ciao, Mario… Andrea…
Il dottor Andrea Principe adesso è il suo capo. Quell´ufficio è suo. E chiede spiegazioni: - Cosa fa quel ragazzino qui?
È Giovanni a spiegare, imbarazzato, temendo di aver messo Fausto in difficoltà. - È mio figlio. Doveva fare una ricerca su Internet e ho chiesto all´ingegnere se poteva fargliela fare sul suo computer. A casa non l´abbiamo.
- Non mi sembra un uso appropriato delle macchine dell´ufficio.
- In questo momento il PC non mi serviva, altrimenti non avrei potuto aiutarli - risponde Fausto. - E il comune ha allestito in giro un po´ di sale per offrire l´acceso ad Internet a chi non può permetterselo. In questo momento sto offrendo lo stesso servizio al figlio di un collega… con l´unica differenza che non l´ho fatto pubblicare sui giornali.
Andrea ingoia il rospo e non risponde. Non può nemmeno obiettare che un centro elaborazione dati dovrebbe essere un´area riservata, perché lì entra di tutto, venditori ambulanti (talvolta di merce rubata), tifosi della squadra cittadina a chiedere "contributi", amici, parenti e soprattutto clienti a caccia di favori, ed offrirebbe a Fausto la possibilità di ribattere ancora più pesantemente. Ma non c´è problema, fra un po´ si rifarà.
- Abbiamo bisogno di parlarti - dice, cambiando argomento. - Andiamo nella mia stanza?
Aria di riunione ad alto livello, a quanto pare. Non lo meraviglia tanto la presenza del loro assessore, Andrea non è capace di soffiarsi il naso se prima non riceve il suo benestare. Lo sorprende invece che ci sia anche Mario…

(omissis...)

L´espressione sulle tre facce è molto seria, quando finalmente sono seduti in circolo nella direzione. Anche prima non era diversa, ma ora dà a quella riunione un che di processo. Fausto dovrebbe esserne impressionato. Anche un po´ preoccupato. Ma non ci riesce. Sa che l´unico problema che dovrà affrontare sarà evitare di mandare a quel paese quei tre mammalucchi… in maniera troppo diretta, almeno.

(omissis...)

- Ma io non posso andare a dire all´amministrazione quello che deve fare - obietta Mario.
- Tu non solo puoi, ma devi! Il compito di un dirigente non è solo quello di dire "signorsì", è soprattutto quello di fornire agli amministratori tutte le informazioni utili per adottare gli interventi più opportuni per la città. Sbaglio, assessore?
Il politico tentenna un secondo, poi è costretto ad ammettere: - No, ingegnere. Non sbaglia.
A questo punto serve un intervento deciso e risolutivo da parte del dottor Miraglia. Quel colloquio ha preso una piega che non gli piace. - Quello che chiedo io è semplicemente un programma che risolva tutti i miei problemi. Chiedo troppo, forse?
L´ingegner Luberto scuote desolatamente il capo. Quando avrà fine questa tortura?
- Non la vedo d´accordo, ingegnere - osserva l´assessore. - Non mi pare che il dottor Miraglia stia chiedendo la luna. Non siete voi i primi a dire che l´informatica risolve tutti i problemi?
- Questa frase può essere ritenuta valida solo come pratica abbreviazione di "l´informatica è uno strumento incomparabile per la soluzione di tutti i problemi". Considerata letteralmente, è una boiata.
- Come?
- L´informatica è solo uno strumento. Potente, straordinario, impareggiabile, ma uno strumento. Aiuta ad affrontare e venire a capo dei problemi, ma da sola non risolve niente. È come un´automobile, che vi può portare dove volete… ma non vi aspettate che lo faccia senza che qualcuno si metta alla guida. I programmi che abbiamo sono già in grado di fare quello che ci serve, ma se non gli si danno in pasto dati coerenti, non possono fare miracoli. Il computer non è una divinità, assessore, o una bacchetta magica che tutto può. È solo uno strumento, ripeto, che per svolgere le sue funzioni ha bisogno di una montagna di lavoro… e di impegno, da parte di tutti.
Bene, la riunione pare durata abbastanza. L´assessore si alza, imitato subito dagli altri tre.
Una formale stretta di mano, e finalmente via, fuori da quell´odioso ufficio. L´assessore prende sottobraccio Andrea, comincia a raccontargli qualcosa della terribile giornata che lo attende e va avanti. Gli "importanti problemi", a quanto pare, sono tutti risolti. Dietro, Mario, snobbato dall´amministratore, e seccato di avere Fausto come unica possibilità per non camminare da solo. Un cenno di saluto al suo ex collega, e sceglie di andare dietro gli altri due come un cagnolino al guinzaglio. Fausto segue il corteo a debita distanza. Li vede passare davanti al suo ufficio, guardare verso la scrivania occupata dal ragazzo di Giovanni, ancora impegnato con la ricerca, scuotere la testa rassegnati, e finalmente sparire dalla sua vista.
Quando è sulla soglia della stanza viene raggiunto da Giovanni.
- Mi dispiace, ingegnere.
- Per cosa?
- Il dottor Principe l´ha presa a male.
- Un motivo in più per essere contento di aver aiutato tuo figlio - risponde Fausto, divertito. - Qualsiasi cosa va storta a lui è una soddisfazione per me. - Poi, rivolto al ragazzo: - Allora, come va la navigazione?
- Benissimo - risponde il ragazzo, entusiasta. - Ho trovato anche questo, guardate…
Fausto guarda sul monitor e vede una rappresentazione grafica dell´emiciclo di Montecitorio, sormontata dall´intestazione "CAMERA DEI DEPUTATI", e con in basso l´elenco dei partiti ed una fotografia.
- Cliccando su ogni seggio nell´aula si vede la fotografia di chi siede in quel posto - spiega, e con un paio di click del mouse mostra a Fausto un paio di esempi.
- Simpatico - commenta l´ingegnere, osservando la schermata.
- Hai finito? - chiede Giovanni al figlio.
- Sì - risponde il ragazzo alzandosi - ho copiato sul dischetto quello che ho trovato. Oggi pomeriggio vado a casa di Roberto, aggiustiamo tutto e lo stampiamo.
- Bene - sospira Giovanni, risollevato. La mezza sfuriata del capo, poco prima, non lo fa stare tranquillo. E anche l´ingegnere, ci ha scherzato su, ma non riesce a nascondere completamente un certo malumore. Gli chiede - Ci sono problemi?
- Naturalmente - risponde lui, con ironia. - Solo che erano venuti contenti perché credevano che fossero problemi miei, e se ne sono andati con la coda fra le gambe perché gli ho dimostrato che sono problemi loro. Che, per questo, continueranno a rimanere insoluti.
Giovanni e il figlio vanno via, e lui torna a sedere al suo posto davanti al PC. Quelle discussioni lo mettono sempre di malumore. Non è stata la prima, non sarà l´ultima, e lui s´è rotto l´anima a stare a ripetere sempre le stesse cose, sapendo che è tutto inutile: i problemi continueranno ad esserci, ad aggravarsi, torneranno a parlarne ogni tanto, e lui dovrà ogni volta tornare a dare spiegazioni che comunque non capisce nessuno, e dimostrare di non esserne la causa, rimandando ogni volta la loro soluzione… che, nell´ottica dei suoi interlocutori, consiste sempre e soltanto in un´unica cosa: trovare un colpevole. E lui è l´unico "papabile".
Si abbandona contro lo schienale della sedia girevole, e torna a guardare la videata lasciata dal ragazzo su quella pagina del sito della camera. Fissa la foto in basso a destra. Una strana sensazione, già avuta poco prima, appena quel giovanotto, con il secondo click, puntato sul tondino in alto all´estrema destra, ora contrassegnato da un asterisco, aveva fatto apparire quella immagine.
Quel tipo… gli sembra di conoscerlo.
Strano, lui di solito non conosce nemmeno i suoi amministratori. Fra i politici, in genere, giusto quelli in primo piano, visto che te li ripropongono ad ogni telegiornale.
Iacchetti Domenico.
C´è un link, sul nome. Vi clicca sopra. Si apre una scheda, con la stessa foto di prima, a destra, leggermente più grande, e i dati anagrafici: nato a Roma il 13 giugno 1954, maturità classica; giornalista; eletto nella circoscrizione XV (LAZIO 1)…
Mai conosciuto.
Eppure, quel volto…
Chissenefrega!
Un altro click, sulla crocetta in alto a destra, e la finestra si chiude, lasciando un desktop immacolato con l´immagine di un campo innevato. Giusto prima del nuovo squillo del telefono. Allora ricorda i problemi lasciati in sospeso con la terza circoscrizione… chissà se avevano richiamato mentre lui era in "riunione"? No, Giovanni è stato nei paraggi, lo avrebbe avvisato…
L´ingegner Fausto Luberto non può prevederlo, ma quella schermata, con il volto noto di un perfetto sconosciuto che siede in parlamento, è uno dei peggiori scherzi che Caso, Fato o chissà chi altri potesse propinargli.
Ma ancora è presto.
Se ne accorgerà fra qualche mese, quando tutto ciò che sta passando ora gli sembrerà un´inezia.
Per il momento, pensa a rispondere a quell´ennesima telefonata.



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