Free Web Hosting Provider - Web Hosting - E-commerce - High Speed Internet - Free Web Page
Search the Web

Voci bianche a Montecitorio

qui
si può scaricare
l´intero romanzo
in formato pdf



prologo
Capitolo 01:  l´assalto
prologo 2
Capitolo 02:  la rimpatriata
Capitolo 03:  uno strano amico
Capitolo 04:  l´onorevole e il cameriere
Capitolo 05:  una ricerca scolastica
Capitolo 06:  una giornata no
Capitolo 07:  una rabbiosa chiacchierata
Capitolo 08:  la prima grossa bastardata
Capitolo 09:  piromani all´attacco
Capitolo 10:  un coro di voci bianche
Capitolo 11:  padre e figlio
Capitolo 12:  una vita, 25 euro
Capitolo 13:  la decisione
Capitolo 14:  le regole del gioco
Capitolo 15:  comincia lo spettacolo
Capitolo 16:  ... ma non durerà molto
Capitolo 17:  il pedinamento
Capitolo 18:  l´esodo
Capitolo 19:  la predica e le resurrezioni
Capitolo 20:  la resa
Capitolo 21:  l´attacco
epilogo

Per chi va di fretta
I punti salienti


NB: qua e là ci sono alcuni (pochi) tagli, segnalati con degli omissis, che non dovrebbero comunque compromettere la comprensione del testo. Potrò spiegarne la ragione solo se e quando ci saranno le condizioni per eliminarli


Ho scritto questo romanzo perché avevo tante, troppe cose da dire.
Ma a me non piace parlare da solo, così eccolo qui, pronto a prendervi, senza altri costi oltre a quelli della vostra connessione…

Se vi va, la mia casella di posta
raf.derose@gmail.com
è pronta a ricevere qualsiasi sorta di critiche (sempre bene accette), di insulti (questi, meno graditi, ma quando tocca… tocca), o… al vostro buon cuore.

Se poi volete darmi un piccolo aiuto, leggete qui come fare.

Capitolo 03: uno strano amico


Erano già stati lì una volta, in uno dei primi appuntamenti. Un localino non molto grande al piano terra di una vecchia casa di campagna rimessa a nuovo e ristrutturata ad hoc. Muri con pietra a vista, un grande camino acceso in un angolo (grazie al buon isolamento della struttura, al calore che arriva dal forno nella stanza accanto, e talvolta all´affollamento, si rivela sufficiente a riscaldare a dovere l´ambiente), grosse travi di legno scuro a trattenere il soffitto. Ed un silenzio di cui sembra essersi persa traccia, nonostante il televisore sempre acceso, anche se a basso volume, su uno scaffale in alto. Accoglie la comitiva con un´atmosfera placida e confortevole, soprattutto in confronto al fitto nebbione che fuori copre tutto, e che aveva fatto fallire al primo tentativo l´individuazione del posto.
All´interno, due tavoli occupati, uno da una coppia di fidanzatini, un altro da una famigliola formato minimo, padre, madre e figlio, eccezionalmente tranquillo per quell´età. Pino Rizzati organizza con il gestore, suo vecchio amico, la disposizione dei tavolini per realizzarne uno unico non troppo lontano dal camino, mentre gli altri si disfano dei soprabiti e si godono, con commenti pacati ma entusiasti, l´accoglienza del locale. Era stato Pino a proporre di tornarvi, e benché una fazione propendesse per la ricerca di locande sempre nuove, ora tutti esprimono soddisfazione per la scelta.
Dopo pochi minuti il tavolo è pronto, e appena ognuno ha preso posto il professore propone subito di fare una prima foto. Quasi nessuno nota il tizio che entra, quasi affannato, nel locale, dà loro un´occhiata, poi scambia un cenno d´intesa con il proprietario e si dirige decisamente in cucina. Un tipo con due profonde occhiaie, minuto, stempiato, dall´aspetto dimesso, felice perché stasera ha l´occasione di guadagnarsi una ventina di euro non preventivati grazie a quella inaspettata comitiva.
Ricompare un quarto d´ora più tardi, per portare un ricco antipasto all´affollata tavolata. La famigliola è già andata via, i due fidanzatini continuano a tubare senza fretta e senza cognizione alcuna del resto del mondo. Al grande tavolo con l´attempata scolaresca è stato avviato un dibattito sull´entità delle tasse che siamo costretti a pagare. Di solito, si parla delle rispettive famiglie, delle varie novità, delle diverse aspettative, ma stasera l´argomento è tabù, per la brutta faccenda di Gabriele. Così Raffaele, per esempio, tiene per sé il fatto di aver sistemato anche la seconda delle sue due figlie femmine, e di essere stato reso di nuovo nonno dalla prima, mentre Carmine sembra aver trovato finalmente l´anima gemella, una ragazza russa quindici anni più giovane, dopo cinquantaquattro anni di convinto celibato. Celibato, e relativa indipendenza, cui non sembra intenzionato a rinunciare Giampiero, libero spirito d´artista.
- Di´ la verità, Genna´: tu le paghi tutte, le tasse?
È inevitabile che Gennaro Licursi sia la vittima designata per certe frecciatine: è quello, fra tutti, che se la passa meglio, ed appartiene ad una categoria tipicamente messa sotto accusa in proposito. - Fino all´ultimo centesimo - risponde convinto.
- Ma dai - insiste Giampiero. - Con noi puoi essere sincero. Non hai nulla da temere, sei a tavola con amici… e un commissario di polizia.
Risatina generale. Raffaele si schernisce gesticolando: - La divisa è a casa, e quando sono fuori servizio… sono fuori servizio.
Gennaro ridacchia a sua volta, poi torna serio e ribadisce: - Dico davvero. Sto bene come sto, e non mi va di rischiare, anche se la cosa mi va di traverso.
- Pagare le tasse non fa piacere a nessuno - osserva il maestro Belli - ma è uno dei nostri doveri fondamentali. La nostra società… la nostra stessa civiltà si basa su questo. Forse, se tenessimo bene a mente cosa riceviamo in cambio di quello che versiamo, vedremmo la cosa sotto una luce diversa. La nostra normale esistenza, il poter avere un lavoro, un´istruzione, un´assistenza medica e sociale, la protezione delle forze di polizia, si finanziano con questo. Pensate cosa sarebbe la nostra vita senza una tale organizzazione sociale.
- Credo che pochi si lamenterebbero - interviene Fausto - o cercherebbero di evadere, se il denaro versato fosse davvero utilizzato per questo. È quando si vedono gli sprechi, i vergognosi privilegi della nostra classe politica, le opere inutili che vengono realizzate, e poi abbandonate, con il sudore della nostra fronte…
- Con più della metà di quel sudore - precisa Gennaro.
- Appunto. È allora che scatta la ribellione. A queste condizioni, io ritengo che evadere le tasse sia una cosa moralmente giusta, un atto di legittima difesa contro le ruberie di cui siamo oggetto e contro cui non possiamo fare niente. E ve lo dice uno stipendiato fisso, uno di quelli che incassa lo stipendio già decurtato di tutto quello che deve pagare. Ed è un bene, perché se dovessi versare materialmente ogni mese quello che mi viene trattenuto, ogni mese vivrei un dramma. Per questo, quando ritiro il cedolino, guardo solo il netto, e tralascio di leggere il resto.
- Caspita! - esclama Pino - dovresti essere fra quelli più incavolati, visto che per colpa dell´evasione sei costretto a pagare più del dovuto.
- È quello che amano farti credere, per metterti contro chi evade, e non contro chi sperpera. Se non ci fossero quegli sprechi e quelle ruberie, allora sì che potrei pagare di meno. E pagherei meno ancora perché allora probabilmente sempre meno persone avrebbe motivo di evadere. Ma fateci caso, ogni volta che al telegiornale affrontano l´argomento, concludono sempre con il discorso sui dipendenti. Sbaglierò, ma in quelle considerazioni io vi leggo più un dispiacere per la loro impossibilità ad evadere, che una condanna verso chi lo fa.
- Io non rischio - ribadisce Gennaro. - Con la morte del cuore, ma ho la contabilità in ordine, e verso fino all´ultimo centesimo. L´unica cosa che mi concedo, è un rito voodoo.
Risatina generale, poi Giampiero chiede spiegazioni: - Sarebbe?
- La sera prima di fare il versamento, metto l´assegno sulla scrivania e maledico chiunque metterà le mani su quei soldi. Chi gliele metterà in maniera impropria, chiaramente. Quando sono di buon umore, mi limito ad augurare diarree e mal di pancia, ma se gira storta mando di tutto, tumori, lutti in famiglia, quello che di peggio riesco ad immaginare. E secondo me tutti gli italiani dovrebbero fare la stessa cosa: siamo cinquanta milioni, in mezzo a noi ce ne sarà qualcuno capace di menare gramo per davvero. Perché sono sicuro che una buona parte di quei soldi non serviranno per quello che avete detto voi, professore. Come sono convinto che, se non ci fosse evasione, non è che pagheremmo meno noi, mangerebbero di più loro.
- Genna´, dammi retta, rischi di più adesso che fai tutto in regola, e paghi fino all´ultimo, perché se fai il minimo sbaglio sei rovinato - lo sfotte Giampiero, fingendo di approvare le frodi fiscali. - Alcuni anni fa, ho commesso un errore nella mia dichiarazione. Per un omesso pagamento di centomila lire, mi è arrivata una cartella di oltre un milione di lire, che ho dovuto pagare e senza fiatare se no era peggio. Senza tirare in ballo gli scandalosi condoni che ogni tanto tirano fuori dal cilindro, con la scusa di fare cassa, oggi scoprono cantanti, attori, sportivi che hanno evaso per decine di milioni di euro, quelli patteggiano, e se la cavano pagando meno di un decimo di quello che hanno evaso e che avrebbero dovuto pagare a tempo debito. A queste condizioni, conviene essere in regola? E questo dimostra che ci sono complicità e connivenze anche nelle istituzioni, fra quelli che sostengono di voler combattere l´evasione, perché non si può essere così coglioni! Scusate, professore…
Il professore Belli reagisce con un largo sorriso. - Il turpiloquio - spiega - è come l´aglio, che detesto allo stesso modo. Usato a sproposito, in quantità massicce, e dove non è necessario, è di pessimo gusto, ma un attento dosaggio, quando serve davvero, dà un sapore straordinario alle pietanze. Le parolacce fanno parte del nostro patrimonio linguistico, ed anche se sgradevoli, e non di nobili origini, in determinati frangenti hanno una valenza espressiva ineguagliabile. Talvolta rendono un concetto, o descrivono uno stato d´animo, molto meglio di un ben articolato discorso.
- Ti è andata bene, Giampie´ - osserva Fausto. - Oggi niente nota.
Una nuova, discreta risatina chiude l´incidente.
- Per favore dell´altro pane - chiede garbatamente Raffaele, arraffando la prima fetta dal cestino che il cameriere gli ha appena messo davanti. Quello non basterà solo a lui.
Il tizio con le occhiaie che sta servendo l´antipasto annuisce con un sorriso cortese e corre a provvedere. Il poliziotto spiega ai suoi vicini: - Io sono un amante del pane, quando è davvero buono. Potrei anche rinunciare alla pizza, per una forma di questo. - Agita la fetta che ha agguantato, e le tira un morso.
Fausto commenta: - Per tenerti a bada, bisognava andare in un posto dove servivano sassi. Comunque, se la pizza non ti va, non hai che da passarla nel mio piatto.
- Al massimo, ti passo i noccioli delle olive - reagisce Raffaele, scherzosamente minaccioso.
- Commissario De Rose! Buonasera.
Impegnati con l´antipasto, e con la discussione, nessuno ha badato alla nuova coppia entrata nel ristorante. Due giovani eleganti, lei bellissima, lui all´altezza. Stanno dirigendosi al tavolo in fondo, accanto alla finestra, quando lui riconosce la montagna di carne e capelli bianchi seduta alla lunga tavolata accanto al camino. È la sua inconfondibile vociona che glielo segnala.
Raffaele De Rose si volta, e appare sorpreso.
- Renato?
- In carne ed ossa, commissa´. Vi presento Rita. Rita, il commissario De Rose, un vecchio amico.
Raffaele si alza e si gira a stringere la mano che gli viene offerta dalla ragazza, evitando di puntualizzare sulle affermazioni del giovane.
- Non è una cena di lavoro, vero commissa´? - chiede a bassa voce il nuovo arrivato, dopo aver dedicato una veloce occhiata ai commensali del poliziotto. - Se no mi conviene cambiare ristorante.
- No, tranquillo, stasera mi sto divertendo - risponde il gigante. - Una rimpatriata con vecchi compagni di scuola.
Il giovane invita con un cenno della testa la sua compagna a precederlo al tavolino in fondo, e rivolge un saluto, ora imbarazzato, al poliziotto. - È stato un piacere incontrarvi, commissa´.
- Ti tratti sempre bene, vedo - commenta Raffaele, tenendo al minimo il volume del suo vocione. L´osservazione non va oltre le orecchie del destinatario, e quelle dei suoi più vicini compagni di tavolo.
Renato lancia un´occhiata alla ragazza, che siede accanto alla finestra con una tranquilla espressione sorridente. Lei intuisce che stanno parlando di lei, ma non mostra di esserne sorpresa, o turbata.
- Non è come pensate, commissa´. Questa… sento che è quella giusta.
Il poliziotto guarda lei, torna a guardare lui, annuisce, e mormora, senza alcuna allegria: - Sarebbe bello se anche tu… fossi quello giusto per lei.
Il ragazzo accusa il colpo, china la testa, e con una voce dispiaciuta lo saluta: - Buona serata, commissa´.
Poi torna tranquillamente a sorridere, mentre raggiunge la sua ragazza in attesa al loro tavolo.
Raffaele torna a sedere e riafferra la fetta di pane, ma pare che l´appetito gli sia passato di colpo. Su entrambi i lati, Fausto e Giampiero gli rivolgono un´occhiata interrogativa. Il resto della combriccola sembra non aver notato niente, concentrata nel tagliuzzare salumi, addentare bruschette, e continuare il discorso che è appena stato intavolato sulle nuove tasse immesse dal governo. Tranne Gabriele, che sembra aver afferrato qualcosa di quel breve colloquio, e fissa il suo ex compagno commissario soprappensiero.
- Non ti sembra di essere stato un po´ brusco con lui? - chiede Fausto, visto che l´amico non sembra impaziente di fornire spiegazioni. - Chi è?
- Un cliente. Un bravo ragazzo… purtroppo.
La battuta sul "cliente" non è chiara, ma è quel "purtroppo" a sorprendere i due amici.
- Spiegati meglio - interviene Giampiero. - Da quando in qua essere "un bravo ragazzo" è motivo di rammarico? Che lavoro fa? Di cosa si occupa?
- Spaccio di droga, e sfruttamento della prostituzione. L´ho portato dentro quattro o cinque volte. In questo senso, "mio cliente".
Giampiero emette un fischio, Fausto un commento sorpreso: - Alla faccia del "bravo ragazzo"!
Raffaele annuisce sconsolato. Non pare intenzionato a dire altro. Ma è la seconda volta, stasera, che ha una faccia non adatta alle circostanze, e visto che non riesce a rimuoverla come aveva fatto prima al bar fornisce una prima informazione: - Gli devo la vita. È vero, stavo per rimettercela a causa sua, ma quando è successo non mi ha lasciato lì a morire, anche se questo gli è costato l´arresto.
- Com´è andata ? - lo incoraggia Fausto.
Raffaele si stringe nelle spalle e racconta, brevemente: - Era la seconda volta che avevo a che fare con lui. Aveva in tasca tanta di quella roba… Appena mi ha visto ha mangiato la foglia ed è scappato, e io dietro. Un inseguimento in auto come in uno di quei film tedeschi zeppi di incidenti spettacolari, fino a quando non ho perso il controllo e sono finito in una scarpata. Quello che ricordo, dopo allora, è di essermi svegliato ad una ventina di metri dalla mia macchina, cappottata e in fiamme, sdraiato a terra con qualche costola rotta, qualche bruciatura, gli abiti mezzo strappati e mezzo inceneriti, e lui che mi sostiene per le spalle per aiutarmi a respirare, in attesa dell´ambulanza che lui stesso ha chiamato, dopo avermi estratto dalle lamiere poco prima che l´auto esplodesse.
- Si è accorto dell´incidente ed è corso a salvarti?
- Già. Io gli faccio presente che la cosa non gli risparmierà l´arresto, e lui mi tranquillizza, dicendo che ci penserà il suo avvocato a tirarlo fuori. Ovviamente, prima dell´arrivo di ambulanza e polizia, fa sparire la roba che aveva in tasca.
- Che figlio di puttana! - è il commento che esce spontaneo dalla bocca di Giampiero.
- Un bel gesto, senza dubbio - dice Fausto - ma da questo definirlo un bravo ragazzo mi sembra un po´ eccessivo. In fondo, se non ti avesse salvato, avrebbe rischiato un´incriminazione per la morte di un poliziotto, conveniva anche a lui evitare che tu morissi. E prima di farsi beccare si è comunque liberato di qualsiasi elemento a suo carico.
- Non è così semplice. Appena uscito di galera, il giorno dopo… è venuto a trovarmi in ospedale. E abbiamo parlato a lungo.
- Esiste qualche motivo per giustificare quello che fa? - chiede sorpreso Fausto. Pare che il discorso del suo amico poliziotto si stia muovendo proprio in quella direzione.
- Non voglio dire questo. Ma il nostro non è un mondo in bianco e nero, bene e male non sono separati in maniera netta… e talvolta i ruoli si confondono.
- Spiegati meglio.
- Ti riporto le sue parole, più o meno. "Commissa´, voi parlate bene, ma si può parlare così solo a pancia piena".
Mentre racconta, quel singolare colloquio gli torna alla mente.
- Cambia mestiere, Rena´. Tu non ce l´hai la stoffa del delinquente. Se no mi lasciavi morire, e ti risparmiavi anche i soldi dell´avvocato - aveva esordito, trovandosi davanti il malvivente che gli aveva salvato la vita.
- Per fare il delinquente non serve la stoffa, commissa´, basta il bisogno. Quelli con la stoffa sono i signori in giacca e cravatta, che avrebbero già di che vivere, e bene, e non si accontentano. E a quelli la caccia voi non la date. Comunque, per quanto riguarda l´avvocato, non vi preoccupate, paga la polizia, a me è venuto gratis.
- Come sarebbe a dire?
- Quando sono arrivati i soccorsi mi hanno trovato pulito…
- Sfido, hai avuto tutto il tempo per far sparire la roba che avevi addosso!
- Commissa´, non sono un assassino, ma nemmeno un minchione. Il mio avvocato ha dimostrato ai vostri superiori che avevo tutte le ragioni per spaventarmi e scappare, quando mi sono visto correre dietro un gigante come voi chissà con quali intenzioni…
- Non dire stronzate, mi conoscevi benissimo. Non era la prima volta che ti mettevo le mani addosso.
- Era buio, ricordate? Voi eravate in borghese, e mi avete solo gridato di fermarmi, senza dire che eravate della polizia. Alcuni testimoni lo hanno confermato. E se avessi avuto qualcosa da nascondere non mi sarei fatto acciuffare per salvarvi la vita. Comunque, ho rinunciato a sporgere denuncia, e mi sono accontentato di aver avuto pagato il conto dell´avvocato che è dovuto correre a tirarmi fuori dalla galera, dov´ero finito ingiustamente dopo essere stato prima aggredito, e poi aver salvato la vita ad un commissario di polizia.
- Figlio di puttana.
- Lasciate in pace mia madre, commissa´: è tutto merito mio.
Raffaele si era arreso. Alla fine doveva essere addirittura contento, gli era andata bene. E comunque era in debito con quel ragazzo: doveva ringraziare il cielo che fosse altruista, non poteva pretendere che fosse anche fesso.
- Non sono un bravo ragazzo, commissa´, e lo so io quante ne ho fatte passare alla povera mamma - aveva proseguito Renato, seduto sulla sedia accanto al letto con la stessa aria di uno che parla al suo parroco in un confessionale - ma se avessi capito da ragazzo che per mangiare bisognava essere per forza degli scienziati, forse le cose sarebbero andate in maniera diversa. Perché mamma, a scuola, mi ci mandava, se volevo. Solo che io non ne avevo voglia. Starmene fermo e seduto a un tavolo con un libro davanti non mi piaceva, preferivo correre fuori a giocare a palla. Ecco, era quello che volevo fare: il calciatore. Non dico diventare un campione dell´Inter o della Juve, ma anche a giocare in una squadra di quarta serie mi sarei accontentato, si guadagna abbastanza per vivere bene... Solo che poi mi sono rovinato un ginocchio, e ho dovuto chiudere.
- Non esistono solo il lavoro di scienziato e di calciatore, Rena´.
- Si, ma pare che gli altri posti siano già tutti occupati! Io non volevo fare il delinquente, e finché mia madre è stata bene l´ho potuto evitare… vivendo alle sue spalle. Poi un giorno mi sono trovato senza un tozzo di pane sulla tavola, né per me, né per lei, ed era già tanto se lo stato ci pagava medici e medicine, e l´unico che mi ha offerto qualcosa da fare è stato un amico. Non era bello, come lavoro, ma non potevo fare lo schizzinoso.
- È vecchia la scusa della società che spinge verso il crimine.
- Ed è comodo pensare che sia solo una vecchia scusa, commissa´. Cosa credete, che non ci abbia provato? Ho bussato ai cantieri edili, anche se fuori c´era sempre il cartello "personale al completo", e sono stato cacciato a malo modo. Ho provato nei supermercati, e quando mi presentavo mi chiedevano subito chi mi mandava... e non mi mandava nessuno. Ho provato persino ad arruolarmi, ma anche esercito e polizia oggi hanno posto solo per gli scienziati. Per non parlare dei concorsi per operaio o per spazzino: migliaia di concorrenti per un posto o due, e dei test che, se fossi stato capace di farli, altro che raccogliere mondezza, andavo a fare il docente universitario. E qui non ci sono nemmeno aziende agricole alle quali offrirsi come bracciante, quei pochi che lavorano la terra lo fanno da soli, o al massimo che l´aiuto della famiglia. Io non lo so se esistono altre vie, commissa´, ma quelle che conoscevo le ho battute tutte. Poi mi è stato proposto di consegnare dei pacchetti a gente, piena di soldi, che potrebbe permettersi una vita senza problemi, e che invece senza problemi si annoia e si fa venire un sacco di pruriti, e in tavola, a casa mia, è comparso di nuovo un piatto di pasta.
- La droga uccide, Rena´.
- Anche la fame, commissa´. Solo che la fame non la cerca nessuno, la droga la vogliono in tanti, e se non sei tu gliela procura qualcun altro. Mettiamo in chiaro una cosa, commissa´: io non adesco, e dopo un po´ di tempo sono riuscito anche a selezionare la "clientela". Io non rifornisco i ragazzini e i disperati. Io la passo a ricchi professionisti, signore dell´alta società, anche qualche politico, tutta gente più matura di me che dovrebbe capire da sola che quello che gli do gli fa male. Se non se ne preoccupano loro, perché dovrei farlo io? Anzi, questo tipo di clienti mi ha permesso anche di buttarmi in un´attività parallela che mi rende altrettanto bene.
- Donne, eh?
- Commissa´, vi trovate davanti un vecchio maiale pieno di soldi, che invece di starsene a casa a godersi la famiglia preferisce divertirsi a modo suo, magari prima con qualche spinello, poi con qualcosa di più forte, e vi chiede se per caso gli potete anche procurare un po´ di compagnia, perché a sniffare in due c´è più gusto; e voi avete bisogno di soldi, conoscete delle belle ragazze che hanno lo stesso problema, e qualche amico che quel problema lo ha risolto da tempo che vi può aiutare… che fate?
- A sentirti parlare, sembra quasi che tu faccia il missionario.
- Non sto cercando di spacciare quello che faccio per una cosa buona, commissa´. Sto solo dicendo che le condizioni per farlo ci sono tutte, e certi discorsi morali sono un lusso per chi ha la pancia piena.
- Mi secca ammetterlo, ma quel tizio non ha tutti i torti - commenta Fausto alla fine del racconto. - Ci sono un sacco di delinquenti che non sarebbero tali se avessero delle alternative. Mentre ce ne sono altri che non avrebbero nessun bisogno di delinquere, e lo fanno lo stesso per avidità. I primi li trattiamo con disprezzo, e se vengono beccati in galera ci vanno e ci stanno un bel pezzo…
- Non ti illudere - lo interrompe Raffaele.
- Beh, almeno rischiano, e grazie al cielo non tutti gli avvocati che ci sono in giro sono principi del foro. I secondi spesso li ossequiamo, e se vengono scoperti vengono condannati a pene miti di cui non scontano nemmeno un giorno. Per non parlare del patteggiamento… vorrei sapere quale imbecille, o lestofante, lo ha ideato.
- Non dimentichiamo nemmeno da dove veniamo anche noi - interviene Gabriele, che, seduto di fronte, segue discretamente quel cupo dialogo. - Vi ricordate il nostro quartiere? Quei ragazzini, nostri coetanei, abituati a nascondersi appena vedevano una divisa? Sapevano dalla nascita che quelli erano uomini cattivi. E le loro famiglie? Allora di droga non se ne parlava ancora, ma per tirare avanti si arrangiavano come potevano, furti, contrabbando di sigarette… Nessuno di loro si sentiva un criminale, quasi pensavano di non fare niente di male. Quello era semplicemente il loro "lavoro". Con cui non si arricchiva nessuno. Quasi non capivano perché la polizia li perseguitasse, loro si guadagnavano solo da vivere. S´abbuscavanu u pani.
- Comunque sia, dopo quella volta siamo diventati… amici - conclude Raffaele. - Una strana coppia di amici. Avete presente quei vecchi cartoni americani, Sam e Ralph…. il cane pastore e il lupo a caccia di pecore… che vanno al lavoro assieme, timbrano il cartellino, se le danno di santa ragione "nell´esercizio delle loro attività", e alla fine della giornata timbrano l´uscita e tornano amici? Ci sentiamo un po´ come quei due. Magari un giorno ci incontriamo al bar e prendiamo qualcosa assieme, e il giorno dopo gli metto le manette e lo porto al fresco se riesco a pizzicarlo mentre fa il suo "lavoro". Ci siamo persino scambiati il numero di cellulare.
- Perché non gli offri lavoro come informatore? - propone Giampiero. - Dopotutto, hai detto, voleva arruolarsi.
A Raffaele scappa una risatina divertita. - Ci ho provato. E lui si è offeso. "Io l´infame non lo faccio", ha risposto. L´omertà non è solo complicità, o paura. È un vero e proprio codice d´onore. E poi… come dargli torto? Avrebbe dovuto tradire le sole persone che lo avevano aiutato, per conto di gente che gli aveva sbattuto tutte le porte in faccia.
- Più che la lotta fra bene e male - conclude Fausto, scuotendo il capo - o fra legalità e illegalità, sembra la guerra fra due mondi con diverse regole e diverse morali che devono condividere lo stesso spazio.
- ´Ncul´a cchi v´è mmuartu… ´ncul´a cchi v´è mmuartu!
Quella rabbiosa bestemmia in dialetto, piagnucolata a bassa voce dietro le loro spalle, li fa sobbalzare.
Ma a preoccupare Raffaele, con il capo girato verso Fausto mentre ascolta la sua ultima considerazione, è soprattutto la mano armata di coltello che intravede con la coda dell´occhio…



accesso a questa pagina n. 114