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Voci bianche a Montecitorio

qui
si può scaricare
l´intero romanzo
in formato pdf



prologo
Capitolo 01:  l´assalto
prologo 2
Capitolo 02:  la rimpatriata
Capitolo 03:  uno strano amico
Capitolo 04:  l´onorevole e il cameriere
Capitolo 05:  una ricerca scolastica
Capitolo 06:  una giornata no
Capitolo 07:  una rabbiosa chiacchierata
Capitolo 08:  la prima grossa bastardata
Capitolo 09:  piromani all´attacco
Capitolo 10:  un coro di voci bianche
Capitolo 11:  padre e figlio
Capitolo 12:  una vita, 25 euro
Capitolo 13:  la decisione
Capitolo 14:  le regole del gioco
Capitolo 15:  comincia lo spettacolo
Capitolo 16:  ... ma non durerà molto
Capitolo 17:  il pedinamento
Capitolo 18:  l´esodo
Capitolo 19:  la predica e le resurrezioni
Capitolo 20:  la resa
Capitolo 21:  l´attacco
epilogo

Per chi va di fretta
I punti salienti


NB: qua e là ci sono alcuni (pochi) tagli, segnalati con degli omissis, che non dovrebbero comunque compromettere la comprensione del testo. Potrò spiegarne la ragione solo se e quando ci saranno le condizioni per eliminarli


Ho scritto questo romanzo perché avevo tante, troppe cose da dire.
Ma a me non piace parlare da solo, così eccolo qui, pronto a prendervi, senza altri costi oltre a quelli della vostra connessione…

Se vi va, la mia casella di posta
raf.derose@gmail.com
è pronta a ricevere qualsiasi sorta di critiche (sempre bene accette), di insulti (questi, meno graditi, ma quando tocca… tocca), o… al vostro buon cuore.

Se poi volete darmi un piccolo aiuto, leggete qui come fare.

Capitolo 02: la rimpatriata


Di sicuro, la prima, importante fase dell´assemblaggio finale può essere individuata in… sì, quella sera di gennaio. La sera della rimpatriata. A voler insistere con l´esempio informatico, possiamo paragonarlo al montaggio della motherboard nel case del futuro PC.
Il luogo di partenza è fisso, il bar Bozzo. Un bel locale in periferia, accanto al capolinea degli autobus. Il professore abita là vicino, e quando tutti saranno arrivati scenderà e si partirà alla volta di qualche buon ristorante. Anche la data è fissa, l´undici gennaio, e l´ora, le otto di sera. Un accorgimento con un doppio risvolto positivo. Il primo, che non c´è bisogno di fare il solito giro di chiamate per mettersi d´accordo, né di inventare scuse se non si ha voglia di andare. Si, qualche telefonata ci scappa, per informare che quell´anno è stato recuperato qualcun altro, o per motivare la propria assenza, o semplicemente per il gusto di sentirsi qualche giorno prima, ma niente che influisca sull´organizzazione della serata. Il secondo aspetto è che quel rendez-vous fisso dà all´avvenimento un sapore di commemorazione, e l´evento è uno di quelli che meritano di essere celebrati. Una scolaresca delle elementari che si ritrova dopo più di quarant´anni (quando hanno cominciato, era dopo trent´anni) con il loro insegnante, ogni anno, sempre lo stesso giorno, per passare una serata assieme e rivivere bei momenti lontani, beh… è una gran bella cosa. Prima di tutto, perché non tutti hanno, di quei giorni, ricordi piacevoli da voler rievocare. Poi perché è raro che qualcosa di così bello abbia la forza di durare e rigenerarsi a tanti anni di distanza, resistendo agli inevitabili attacchi e cambiamenti portati dal tempo.
Non sono in tanti, in realtà, al massimo si saranno ritrovati in tredici, quattordici, su una classe di trentaquattro alunni, rigorosamente maschile, come si usava nei primi anni sessanta. Ma alcuni sono emigrati, qualcun altro ha preso la strada sbagliata (era un istituto alla periferia povera della città), altri… nessuno è riuscito a contattarli o sa che fine abbiano fatto. Qualcuno dice di essere interessato, ma spesso capita qualcosa, proprio quella sera, che gli impedisce di partecipare, o, semplicemente, non essendo abituato, si dimentica la data. Ma c´è un nocciolo duro di nove nostalgici che non manca mai, e per nessuna ragione rinuncerebbe a quella serata.
Al solito, il primo ad arrivare è l´ingegner Fausto Luberto. Odia arrivare in ritardo agli appuntamenti, e sa che l´unico modo per evitarlo, se lo spostamento prevede l´uso della macchina, è arrivare in forte anticipo. Seduto al bancone del bar, si sorprende a fissare l´immagine di uno sconosciuto nello specchio di fronte, fra una fila di bottiglie di liquore. Capelli ormai pesantemente brizzolati (ma ritiene già una grande fortuna averli ancora pressoché tutti), occhiali, qualche leggera ruga sul volto, qualche chilo in più di quello che vorrebbe avere. Non è un tipo avvezzo a rimirarsi davanti ad uno specchio, così stenta a riconoscere il personaggio che, di fronte, gli restituisce quello sguardo da ebete. Non è una novità, ma stasera assume un significato particolare, mentre attende, sorseggiando una tazzina di caffè senza zucchero, che arrivino i suoi compagnucci di scuola ed il maestro Belli. Compagnucci ultracinquantenni come lui, appesantiti, incanutiti e con la schiena a pezzi come lui. Il più arzillo di tutti sembra il maestro, con venticinque primavere in più sul groppone rispetto agli altri.
- Scommetto che non ti riconosci in quel tizio - esplode allegramente un vocione alle spalle, quasi gli avesse letto nel pensiero. La sua immagine riflessa viene sovrastata da una grossa testa ricoperta di una folta capigliatura completamente bianca.
Fausto si gira ed alza la testa, per poter guardare un faccione sorridente una trentina di centimetri più in alto. Qualsiasi cosa abbia a che fare con il fisico del nuovo arrivato necessita del suffisso "one" per essere citato: vocione, faccione, nasone…
- Già - conferma. E come tentare di nasconderlo? - Non riesco ancora ad abituarmi a questi capelli grigi.
- Per me non sono un problema: sono come li ho adesso da quando avevo vent´anni. Spesso mi prendevano per albino.
Una stretta di mano, più vigorosa di quanto Fausto vorrebbe, e il gigante prende posto sull´alto sgabello accanto, con molta più disinvoltura di quanta fosse concessa all´amico. Fra i due c´è una differenza di stazza notevole: il primo non raggiunge il metro e sessantacinque, ed ha una corporatura normale, magari un po´ "morbida" a causa di una vita eccessivamente sedentaria; il secondo supera il metro e novanta, ma la cosa è palese solo se osservato da vicino, a causa di uno spesso strato di ciccia (lui sostiene che sono muscoli) che ne avvolge l´intero corpo e da lontano annulla, per il classico gioco delle proporzioni, l´impressione di altezza.
- Come ti va? - chiede Fausto, per nulla intimorito dal confronto fra le loro dimensioni. Può essere un problema con un avversario, ma se un gigante del genere è uno dei tuoi più cari amici, anche se in genere lo incontri solo una volta l´anno, la cosa non può che infonderti sicurezza.
- Come al solito. Un po´ di scrivania, qualche corsa in macchina, ogni tanto una sparatoria… il normale tran tran - risponde l´altro, Raffaele De Rose, commissario di polizia. - E a te come butta?
- Idem, tranne per le corse in macchina e le sparatorie.
- Caffè a quest´ora?
Fausto guarda la tazzina che ha appena svuotato e annuisce. - Abitualmente, alle dieci sono già a letto. Stasera si farà tardi, e un po´ di caffeina mi sarà molto d´aiuto. Cosa prendi?
- Io avrei già fame, ma prima delle dieci dubito che riusciamo a metterci a tavola. Mangio un tramezzino… come antipasto.
Il ragazzo del bar è già in ascolto, per cui Fausto non ha bisogno di ordinare. A dispetto del nome, un poderoso sandwich avvolto in due tovaglioli compare su un piattino troppo piccolo per contenerlo, ma scompare subito alla vista appena finisce nelle immense mani del poliziotto.
- Hai una folle paura di deperire, vedo - commenta Fausto, scherzando. Non è da tutti mangiarsi un panino di quelle dimensioni poco prima di andare a cena al ristorante.
- Un po´ di rispetto, ragazzo: quello che vedi non è grasso, sono tutti muscoli… e comunque roba meno flaccida di quelle piegoline che hai sotto il mento - ribatte l´altro, con lo stesso tono scherzoso. - Tieni presente che sono capace di saltare da una finestra al secondo piano, nonostante la zavorra. Tu puoi dire lo stesso?
- Me ne guarderei bene! Specie se c´è il pericolo di vedersi piombare addosso una portaerei che non prende l´ascensore.
Una risata conclude quella prima, burlesca sfida verbale.
- Ti ho intravisto un mesetto fa in ghingheri davanti la chiesa di san Nicola - fa Fausto, mentre Raffaele sferra un primo, poderoso morso al tramezzino. Un tramezzino che non avrà vita lunga, prevede.
- Potevi farti vedere, ci guadagnavi un invito al banchetto. Si stava sposando Manuela.
- Manuela? La tua seconda figlia? Ti sei liberato anche di lei?
- Già. Ne avevo due, e sono andate entrambe. E Angela, una settimana dopo, mi ha reso nonno per la seconda volta.
- Hai fatto in fretta, eh?
- Già, degne figlie di tanto padre… e tanta madre. Io avevo ventiquattro anni, e lei ventidue, ma lavoravamo già entrambi, e... Beh, in fondo, loro ci hanno messo pure un po´ di più. Quando l´ho fatto io non mi sono reso conto, mi sentivo già adulto e pronto da un pezzo, ma ora, vista come genitore… è dura. La mia casa, ad eccezione della domenica, è diventata vuota all´improvviso. In maniera insopportabile. Maledetta fretta!
Fausto annuisce comprensivo. In quelle rimpatriate a cadenza annuale si parlava sempre delle rispettive vite, e delle rispettive famiglie, e sapeva bene quanto il suo amico fosse attaccato alla sua. Una metamorfosi sbalorditiva, aveva pensato, quando si erano ritrovati la prima volta più di una decina d´anni addietro. Da ragazzo, Raffaele non era esattamente una persona simpatica. Prepotente, anche perché forte della sua stazza, dispettoso, pieno di sé, non sembrava avviato a percorrere una buona strada, come purtroppo molti del loro quartiere. E invece si era ritrovato a fare il poliziotto. Con la sua passione per le armi, avrebbe potuto scegliere solo fra due alternative, e per fortuna aveva optato per quella migliore. Gli aspetti più sorprendenti del suo cambiamento riguardavano però la sua vita personale e familiare: marito devoto, padre follemente affezionato, e spirito campagnolo.
- Abiti sempre lì, in paese?
- Non mi sposterei per niente al mondo - risponde Raffaele, a bocca piena, dopo un altro devastante morso. - Dieci minuti di macchina, e giusto perché lì si piazzano sempre con l´autovelox, altrimenti ne basterebbero di meno; aria pulita, tranquillità, e un piccolo orticello che ti riempie il cuore di gioia ogni volta che ti regala un broccoletto, un pomodorino o una lattughina.
Una semplice, pura e pacifica vita bucolica. Un ottimo antidoto ad un lavoro stressante e spesso pericoloso. Non parla del suo sogno nel cassetto, un po´ per scaramanzia, un po´ per pudore: un agognato futuro da scrittore di romanzi gialli, al quale dedica ogni minuto del tempo che lavoro, famiglia ed orto gli lasciano libero. Un sogno rivelatosi molto più difficile da realizzare di quanto avesse creduto all´inizio. Esperienza ne ha, per scrivere pagine avvincenti ed attendibili, e con l´età, e quella stessa esperienza, la voglia di stare a maneggiare armi gli è passata da un pezzo. E non solo quello. La divisa che indossa comincia a pesare, e quella vita diventa ogni giorno più difficile… più amara.
Appena sposato, avevo comprato una vecchia casa di campagna, con annesso un fazzoletto di terra zeppo di alberi d´ulivo in mezzo ai quali piantava di tutto, alla periferia di un paesino a sei chilometri dalla città, in cima ad una collina. Una sistemazione che lo faceva sentire in villeggiatura dodici mesi l´anno, diceva sempre, e gli permetteva di staccare davvero la spina ad ogni fine turno.
- E tu, sempre al comune?
- Già, sempre al comune - conferma Fausto. Mentre risponde, lo sguardo gli cade su una bottiglia di grappa in bella mostra sullo scaffale. All´improvviso, sente un forte bisogno di un bicchierino di quella. Un bruciore in gola, per soffocare, o mascherare, un forte bruciore allo stomaco.
- Da come lo dici, pare che non sia migliorato nulla, nell´ultimo anno.
- Migliorare? Da noi si può solo peggiorare. Ed ogni volta che ti "illudi" di aver toccato il fondo, scopri che invece peggio si può.
- Già… non ci crederai, ma capisco perfettamente quello che vuoi dire. Non è solo da te che il lavoro pesa non per la fatica, ma per tutto quello che bisogna ingoiare. E il tuo ragazzo… Stefano, vero?
Fausto conferma con un cenno della testa. Si, meglio cambiare discorso. Non è la serata più adatta per pensare a certe cose… grazie al cielo.
- È all´università, se non ricordo male. Chimica?
- Fisica - lo corregge l´amico. L´argomento sembra tirarlo di nuovo su.
- Già, Fisica. Mi sono sempre chiesto come mai non abbia seguito le tue orme. Oggi l´informatica è il ramo più promettente, per quello che riguarda le opportunità di lavoro.
- Due motivi, essenzialmente, uno buono, l´altro cattivo. Da una parte, visto quello che sono riuscito a realizzare io con l´informatica, non era il caso di rischiare di fare la mia stessa fine... a meno di non decidere da subito di emigrare, ed in questo, purtroppo, somiglia a suo padre.
- Già, al nord guadagneresti forse dieci volte quello che prendi qua.
- Sono sempre stato un testardo, a questo proposito. Appena laureato, mi erano arrivate due offerte da parte di grosse, veramente grosse aziende, ed io non le ho neppure considerate. Allora dicevo che, se avessi voluto fare l´emigrante, mi sarei potuto risparmiare tutta quella fatica sui libri e andare a lavorare alla FIAT, a quei tempi assumevano come matti. Sono stupidamente attaccato a questa terra disgraziata, e ho trasmesso anche a lui questo ridicolo sentimento.
Una pausa, vecchi ricordi che passano rapidi nella sua mente. Rimpianti, soprattutto.
- Quello era il motivo brutto - continua poi, riprendendosi. - Quello bello… beh, anche in questo ho influito un po´ io. Spesso, davanti ai telegiornali, discutevamo di questioni ambientali, che in gran parte dipendono dalla impossibilità di avere sufficiente energia pulita. Più volte abbiamo parlato di fusione nucleare, una soluzione che potrebbe azzerare di colpo molti problemi, e non solo di inquinamento. Anche a me sarebbe piaciuto fare della ricerca in questo campo, piuttosto che perdere tempo a… vabbe´, lasciamo perdere. Per me è ormai tardi, ma è stata una gioia quando Stefano mi ha detto di volersi occupare proprio di questo. Rimanere all´università, e fare ricerca.
- Fisico nucleare… Caspita! Puoi esserne orgoglioso.
- Lo sono eccome!
- A che punto è?
- Come iscrizione, al terzo anno. In realtà, ce ne vorrà prima di uscirne. In genere porta buoni voti, ha anche un paio di trenta, ma va un po´ a rilento. Non è facile. Non lo sarebbe stato comunque, Fisica non è uno scherzo, ma con la riforma hanno praticamente distrutto l´università, e hanno reso tutto più difficile, e improduttivo. In tre anni di corso dovrebbe fare più esami di quanti ne abbia fatti io in cinque ad ingegneria.
- Avranno semplificato i programmi, immagino.
- Ridotti, questo si. E non sempre con le giuste proporzioni. Ma ridurre non significa semplificare, al contrario. All´università, soprattutto in certe discipline, più che apprendere bisognerebbe "digerire" gli argomenti, diventarne padroni, somatizzarli, quasi. E questo non lo realizzi facendo lezioni a cascata, sbrigative e superficiali, e trasformando gli studi in una specie di raccolta punti. Stefano mi ha raccontato che, durante il primo corso di calcolo, il docente un giorno dice: "ci sarebbe anche un altro teorema, detto di Cauchy, ma lasciamo perdere". Uno dei teoremi fondamentali dell´analisi matematica, saltato. E che tipo di formazione pretendono di dare? Così si finisce col presentarsi agli esami con solo qualche vaga idea della materia, e col cercare di risolvere gli esercizi a memoria, a fortuna, senza quasi avere la minima idea di quello che si sta facendo.
- Istruzione universitaria in pillole?
- Direi piuttosto in supposte - lo corregge Fausto con una smorfia.
Raffaele ne rimane sorpreso: Fausto è sempre stato un tipo posato, pudico, esageratamente educato, dalla sua bocca mai una parolaccia o, peggio, una bestemmia. La battuta che ha appena fatto ha un fondo di volgarità che non è da lui. Le buone maniere si addicono sempre meno alla nostra vita, conclude mentalmente.
- Ah, comunicazione riservata, quasi me ne dimenticavo - esordisce dopo un altro morso. Ingoia, poi continua: - Stasera, fra i nostri cazzeggiamenti, sarà bene evitare qualche argomento. Sandra ha mollato Gabriele.
- Sandra… è impossibile!
- È quello che ho detto io quando mi ha telefonato Giampiero. Ma, a quanto pare, "impossibile" non è la parola giusta, visto che è successo. "Incredibile", forse…
- Ma come può essere? Stanno assieme da una vita… fin dalle medie.
- Desiderio di maternità. Che il primario di un ospedale sulla costa pare sia riuscito a garantirle.
- Perché? Non credevo che Gabriele fosse messo così male.
- Non si tratta di un problema… fisico. Lo sai che non se la passavano bene: tutti e due medici, tutti e due disoccupati, a parte qualche guardia medica ogni tanto, perlopiù in estate. Riuscivano a tirare avanti, ma non avevano una posizione abbastanza solida per pensare di mettere su famiglia.
- E allora?
- E allora, la scorsa estate, Sandra è capitata al pronto soccorso di quest´ospedale, per un incarico di un paio di settimane, e lì ha conosciuto un primario, vedovo fresco ed ancora fascinoso.
- E ha dato il benservito a Gabriele. Non la facevo così… frivola.
- Non condannarla. Non lo ha fatto nemmeno Gabriele. La storia, a Giampiero, l´ha passata lui di prima mano. Si sono incontrati al supermercato, un paio di settimane prima di natale.
- Come l´ha presa?
- Ufficialmente, bene. Stasera sarà qui con noi come ogni anno. Ha giustificato la scelta di Sandra meglio di come avrebbe potuto fare lei stessa. Soffriva molto per la mancanza di figli, ma la loro situazione non offriva alternative. Era una cosa molto importante, per lei. Non credo che noi uomini riusciamo a capire esattamente cosa significhi, per una donna. Quel primario… poteva offrirle la sicurezza economica necessaria, e l´età era già quella che è, non poteva aspettare ancora che arrivassero tempi migliori. Pare che Gabriele abbia persino collaborato, per farle prendere quella decisione.
- Ufficiosamente?
- Ufficiosamente… è distrutto. Dai sensi di colpa, per non essere riuscito ad offrire alla sua compagna un avvenire, fino ad averla spinta fra le braccia di un altro… e… beh, le voleva… le vuole ancora molto bene. Nonostante tutto, non riesce a farsene una ragione.
Fausto scuote il capo affranto. Una notizia del genere non era proprio quello che ci voleva per iniziare la rimpatriata di stasera.
- Giampiero, hai detto… Ci sarà anche lui, oggi? - chiede, infine.
- Mi ha detto di sì.
- Allora il problema è risolto: si parlerà di politica. Lui sosterrà la necessità di una lotta armata, e il professore si scandalizzerà e cercherà di convincerlo che, fra tutti i modi possibili di fare politica, quello è il più sbagliato.
- Fra tutti i modi…? Tu quanti ne conosci? - ha un tono amaro, Raffaele, mentre solleva l´obiezione.
Fausto con può fare a meno di notarlo: - Butta male anche a te, eh? Comunque, l´opinione non è la mia. È il professore che parla così, ed il rispetto che provo per lui mi trattiene ogni volta dal ribattere. Beh, anche il fatto che non saprei "cosa" ribattere.
- Qualunque cosa sia, toglietevi quelle facce dalla faccia - interviene una terza voce, allegramente. - Stasera ci si diverte, o si va da un´altra parte.
I due amici al bancone si voltano e vedono un altro compagnuccio ultracinquantenne che, fatto il suo ingresso nel bar, si sta dirigendo con decisione verso di loro. Un tipo alto, longilineo, dai lineamenti piacevoli. Potrebbe permettersi tranquillamente di fare l´attore, e considerato che non è il tipo che si lascia sfuggire un´occasione… fa l´attore. Niente cinema, per ora, anche se un po´ ci spera ancora, e niente grossi circuiti teatrali. Di conseguenza, niente grossi guadagni. Sbarca il lunario, ed essendo single per scelta la cosa gli sta anche bene, in attesa della grande occasione. Il suo impegno politico, forse un tantino estremista, per il momento lo appaga.
- Ciao, Giampie´ - gli fa Fausto, mentre Raffaele solleva il tramezzino a mo´ di saluto e ne stacca un altro morso.
Giampiero Del Turco li affianca, prendendo posto sullo sgabello libero accanto, e guarda con espressione sorpresa le consumazioni dei due amici: - Caffè, tramezzino… Non credevo di essere in ritardo.
- Tranquillo - lo rassicura Fausto, visto che Raffaele ha la bocca troppo impegnata per farlo. - A me serviva qualcosa che mi tenesse sveglio oltre le dieci, e lui si sta allenando per quello che lo aspetta più tardi.
Una manata di Raffaele quasi lo fa cascare dallo sgabello.
- Non voglio sapere cos´erano quelle facce che avevate quando sono arrivato. Basta che non le facciate rivedere per le prossime quattro ore - dice il nuovo arrivato, mentre cerca in giro qualcosa da prendere: non vuole mangiare prima di cena, non gli va di concluderla prima ancora di cominciarla con un caffè. - Un aperitivo. Analcolico - ordina al ragazzo, sempre vigile davanti a loro.
- Tranquillo - spiega il poliziotto. - Gli ho solo detto di Gabriele.
- Ah - Giampiero, sulle prime, non riesce a dire altro. Si accorge però di aver assunto un´espressione simile a quella per cui aveva rimproverato i due al suo ingresso e chiude frettolosamente il discorso. - Bene, era rimasto solo lui da informare. Non dovremmo commettere gaffe. Spero che arrivi fra gli ultimi, comunque: più ce ne siamo, qui, e meno rischi ci sono di farci scappare facce come questa.
Gabriele arriva fra gli ultimi, una figura esile, ampiamente stempiata e con i pochi capelli rimasti tagliati cortissimi, ed un volto sempre ben rasato con ancora gli incredibili lineamenti di un bambino, mentre già sono in corso discussioni fra le più disparate: scandalo nel calcio, doping nel ciclismo, brutte storie di starlet che si prostituiscono per raggiungere un posto al sole…
- Il bello è che fanno tutti finta di scandalizzarsi - sta proclamando Gennaro - come se non si sapesse da sempre in che modo si fa carriera in quel mondo. Ricordo di aver letto da qualche parte la battuta di una famosissima attrice degli anni cinquanta, quando firmò il suo primo contratto serio: finalmente posso smetterla di fare pom…
L´interruzione è d´obbligo, perché subito dietro Gabriele sta facendo il suo ingresso il professore, il loro "maestro" Belli, ed ora come allora sono bandite parolacce ed espressioni scurrili. Un modo come un altro per far finta che quarantaquattro anni non siano passati.
Un coro di "buonasera" saluta il suo arrivo, alle otto in punto, sicuro che nessuno dei suoi ragazzi si farà attendere da lui… a parte Pino Rizzati, il solito ritardatario cronico, ora come quarant´anni prima. Era arrivato a sospenderlo, in terza, sperando di recuperarlo, ma non era servito a niente.
Una stretta di mano ed una battuta a ciascuno di loro. Lo sguardo di Fausto incrocia, fra il preoccupato e l´interrogativo, quello di Raffaele. Raffaele fa cenno che è tutto a posto, anche il professore è stato informato su Gabriele. Appesa al collo dell´anziano insegnante, la solita reflex nella sua custodia in pelle. Non manca mai ai loro appuntamenti, e di ognuno di essi ogni convenuto ha la sua copia di souvenir fotografico. Una bella macchina di gran marca, che tipicamente il professore è l´unico a non usare perché compare in tutte le foto che vengono scattate.
Finiti i convenevoli, si passa a decidere dove trascorrere il resto della serata. Gennaro, come al solito, lancia la sua idea assurda, che viene subito scartata. È l´unico del gruppo a stare decisamente bene da un punto di vista economico, avendo liquidato subito ogni prospettiva di carriera scolastica per lanciarsi nel commercio. Ora è proprietario di una piccola catena di supermercati, e la sua proposta riguarda sempre qualche locale di grido dai prezzi astronomici. Generalmente, la scelta cade su una buona, e decisamente più economica, pizzeria, e questa sera non fa eccezione.
Una ventina di minuti più tardi, e dopo l´arrivo del solito Rizzati, sono distribuiti in tre macchine, in marcia verso un piccolo paese dell´hinterland.
Non dico accettare la proposta di Gennaro, ma avrebbero potuto scegliere tra un´infinità di altre trattorie analoghe. Invece stasera vanno proprio lì, non ricordo il nome del locale, ma non importa, dove il nostro regista (Caso, Fato o chi altri) ha organizzato un paio di incontri senza i quali, probabilmente, quell´incredibile assalto non avrebbe mai avuto luogo.



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