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Voci bianche a Montecitorio

qui
si può scaricare
l´intero romanzo
in formato pdf



prologo
Capitolo 01:  l´assalto
prologo 2
Capitolo 02:  la rimpatriata
Capitolo 03:  uno strano amico
Capitolo 04:  l´onorevole e il cameriere
Capitolo 05:  una ricerca scolastica
Capitolo 06:  una giornata no
Capitolo 07:  una rabbiosa chiacchierata
Capitolo 08:  la prima grossa bastardata
Capitolo 09:  piromani all´attacco
Capitolo 10:  un coro di voci bianche
Capitolo 11:  padre e figlio
Capitolo 12:  una vita, 25 euro
Capitolo 13:  la decisione
Capitolo 14:  le regole del gioco
Capitolo 15:  comincia lo spettacolo
Capitolo 16:  ... ma non durerà molto
Capitolo 17:  il pedinamento
Capitolo 18:  l´esodo
Capitolo 19:  la predica e le resurrezioni
Capitolo 20:  la resa
Capitolo 21:  l´attacco
epilogo

Per chi va di fretta
I punti salienti


NB: qua e là ci sono alcuni (pochi) tagli, segnalati con degli omissis, che non dovrebbero comunque compromettere la comprensione del testo. Potrò spiegarne la ragione solo se e quando ci saranno le condizioni per eliminarli


Ho scritto questo romanzo perché avevo tante, troppe cose da dire.
Ma a me non piace parlare da solo, così eccolo qui, pronto a prendervi, senza altri costi oltre a quelli della vostra connessione…

Se vi va, la mia casella di posta
raf.derose@gmail.com
è pronta a ricevere qualsiasi sorta di critiche (sempre bene accette), di insulti (questi, meno graditi, ma quando tocca… tocca), o… al vostro buon cuore.

Se poi volete darmi un piccolo aiuto, leggete qui come fare.

Capitolo 01: l'assalto


Settembre.
Gran bel mese, da un punto di vista climatico. Quando non fa le bizze. È il momento in cui un´estate ormai vecchia e stanca, e forse finalmente rinsavita, regala delle belle giornate serene senza stare a rompere con umidità, caldo asfissiante e insetti di ogni tipo, in attesa di passare il testimone ad un variopinto autunno. L´aria è tersa, il cielo luminoso.
Tuttavia non è un mese allegro. Non tanto perché prelude ad un periodo di giornate brevi, buie, fredde e piovose… effetto serra permettendo… ma soprattutto perché segna per tutti la fine di agognate vacanze, per chi può permettersi di filarsela in ameni luoghi di villeggiatura, e per chi si contenta (per forza) di starsene seduto su una sedia a grattarsi la pancia in una stanza con le persiane abbassate (climatizzazione modello base, superecologica e a prezzi accessibili), felice, se non altro, di non essere in un puzzolente capannone a spaccarsi la schiena fra un suono di sirena e un altro.
La fine di quel meritato periodo di riposo arriva, di norma, tanto più velocemente quanto più è massacrante il tipo di attività che si svolge. Così gli operai sono sempre i primi a tornare in fabbrica, dove si sgobba parecchio. Più tardi, tocca a studenti e insegnanti ripresentarsi a scuola, dove si sgobba così così. Infine le vacanze finiscono anche per i parlamentari, e anche loro sono tenuti a rientrare nella grande aula di Montecitorio, dove si sgobba…
Ehm, lasciamo perdere.
Non è un emiciclo particolarmente gremito, oggi, ventiquattro settembre. Su seicentotrenta inquilini, è tanto se si raggiunge quota quattrocento. Non è un grosso danno, l´azienda non risentirà molto di queste deficienze. Anche quelli presenti, non pare abbiano una gran voglia di andarsi ad appollaiare sulle loro ambite poltrone, per rimettersi a recitare la solita insulsa sceneggiata, con lo stesso copione seguito, a ruoli invertiti, nella precedente legislatura: la maggioranza che plaude ad un paese in crescita, sotto, e grazie a, la loro guida; l´opposizione che, da quando si è passati al maggioritario, non sa far altro che gufare, sentenziare tutti i santi giorni, senza alcun timore di sembrare monotona e ripetitiva (evidentemente, non sanno che altro cacchio fare), che il governo è allo sbando e sta per cadere, che non reggerà un altro mese ecc. ecc., e chiedere con insistenza "per il bene del paese" quello che, normalmente, per un paese è considerato una iattura, cioè il ricorso anticipato alle urne. Ci sarà tempo per queste pagliacciate. Adesso le loro menti indugiano ancora sulle spiagge dorate della Sardegna, sulle sue limpide acque, sulle sue svestite bagnanti…
Il presidente Martinetti entra a passo marziale e si dirige con decisione verso la sua postazione. Non è che ne abbia più voglia degli altri, ma il suo ruolo gli proibisce di lasciarsi sopraffare dal lassismo pure lui.
Un solerte commesso sposta la poltrona per consentire al suo onorevole deretano di adagiarvisi sopra senza rischi di sorta, e una volta accomodato fa scorrere nell´aula uno sguardo severo. Non vuole essere intimidatorio, ma, seduto lui, si aspetta che tutti gli altri provvedano, conformemente, al debito riscaldamento della propria sedia.
Finalmente, comincia.
Una rapida occhiata alle tribune per il pubblico, meno affollate del solito (giusto qualche turista in visita alla capitale), una sistematina al microfono, e, con una discreta scampanellata, dà inizio ai… lavori.
- La seduta è aperta. Invito l´onorevole segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente. Prego.
Esausto, si abbandona contro l´alto schienale del suo scranno e socchiude gli occhi, predisponendosi all´ascolto.
Sulla sua destra, il deputato segretario si alza, stringendo in mano i fogli con il resoconto della precedente riunione, e si protende in avanti per avvicinare la bocca al microfono. - Processo verbale della seduta del ventisette luglio duemilasette. Presidenza Martinetti, Giuliacci, Martinetti. La seduta comincia alle 9.40 con l´approvazione del processo verbale della seduta del diciassette luglio duemilasette. Il presidente dà conto dei deputati in missione… - pausa - e passa al seguito della… - altra pausa - discussione sulle linee generali del… disegno di… legge… numero...
Si interrompe.
Il presidente Martinetti attende un paio di secondi la ripresa della relazione, seccato per quel tono esitante, e dall´irriverente brusio che si sta levando in aula. Vabbe´ che ci sentiamo ancora in ferie, ma che diamine! Infine rialza le palpebre, per incalzare il relatore con un´occhiataccia ed esigere dai suoi colleghi il dovuto silenzio, e allora vede la conclusione della scena che ha prima distratto, poi interrotto la lettura dell´onorevole segretario.
A guidarlo è la stragrande maggioranza dei parlamentari che gli dovrebbero stare seduti di fronte, e invece sono in piedi a mormorare concitatamente e a gesticolare indicando lo stesso punto della vasta sala.
Da una delle tribune riservate al pubblico, sotto l´esteso fregio pittorico del Sartorio, un tizio, tarchiato, con una folta e vistosa capigliatura bianca, si è levato in piedi, si è affacciato a studiare l´aula come se stesse sul balcone di casa, ha poi scavalcato con calma la balaustra, vi si è appeso e, dopo aver penzolato un secondo, si lascia ora andare, atterrando con un tonfo alle spalle degli ultimi seggi sulla destra.
- E… Ma… Cosa succede? - chiede Martinetti, scandalizzato. Non ha bisogno di impartire ordini, già una squadra di solerti commessi, da più parti, si sta dirigendo verso l´intruso.
L´uomo non resta fermo ad attenderli. Si rialza, rapido, e corre verso l´estrema destra lungo la periferia dell´emiciclo. Uno dei commessi, proveniente proprio da lì, gli si para davanti, facendogli educatamente cenno di fermarsi. L´uomo lo travolge senza sforzo apparente. Solo allora il presidente si rende conto della sua stazza, anche se una prima impressione l´aveva già ricevuta nel vederlo penzolare dalla balaustra prima che si lasciasse cadere nell´aula. Data la distanza, era parso semplicemente tarchiato, ma lo scontro con il commesso evidenzia la sua altezza, due metri o poco meno, e quindi la sua corporatura, massiccia come quella di una corazzata. L´impiegato, sbalzato su un fianco, rischia di finire sulla testa dei deputati seduti sui banchi in alto. L´impatto, comunque, pare mettere in difficoltà anche l´intruso, che inciampa, finisce steso a terra nell´angolo, proprio alla fine dei banchi superiori dell´estrema destra, e rotola giù per un paio di gradini. I tre parlamentari che occupano gli ultimi seggi in fondo si ritraggono in fretta, per allontanarsi dalla figura caduta quasi ai loro piedi, investendo i colleghi seduti accanto.
Gli altri commessi gli sono rapidamente sopra, e, ancora convinti che la questione possa essere risolta civilmente, si chinano per aiutare l´uomo a rialzarsi.
L´uomo fa capire di non aver bisogno d´aiuto puntando contro il loro naso una grossa pistola automatica.
Gli addetti si tirano su e indietreggiano, gli occhi fissi su quell´arma che non si capisce da dove possa essere sbucata.
Il presidente Martinetti dà voce ai loro dubbi: - Come ha fatto ad entrare qui quella pistola? - chiede al microfono, rivolto idealmente ai responsabili della sicurezza.
Nessuno si fa avanti a fornire spiegazioni. Qualcuno, fuori del grande salone, si mette ad urlare qualcosa. Sta richiedendo l´intervento degli agenti in servizio, ma il nervosismo rende la comunicazione pressoché incomprensibile, regalando secondi preziosi all´intruso dai capelli bianchi.
È l´intruso stesso ad offrire una prima informazione, non richiesta, senza proferir parola. Ai presenti in sala, e a quelli che fuori non hanno ancora capito bene cosa stia succedendo. Punta la canna dell´arma in alto ed esplode un colpo. Un boato assordante rimbomba nell´aula. Una delle lastre del velario si frantuma, e i pezzi cadono giù, con un inquietante tintinnio, fortunatamente in un´area priva di occupanti, a pochi passi dalla postazione per gli stenografi.
La pistola è carica, sembra voler dire.
I commessi capiscono l´antifona e si fanno da parte.
L´uomo scende di corsa la scalinata laterale. Sa di non avere molto tempo prima che alcune decine di bocche da fuoco compaiano da tutti gli accessi all´aula per mirare su di lui. Gli onorevoli seduti all´estremità si scostano semiatterriti al suo passaggio, e nessuno degli altri commessi osa intervenire per sbarrargli il passo.
L´uomo pare aver già deciso contro chi puntare.
Con lunghe falcate, raggiunge il banco alle spalle della compagine di governo, al cui centro è posto il seggio del presidente. Giusto in tempo per accostare la bocca ancora calda della canna della pistola alla tempia dell´onorevole Martinetti, prima che da tutti gli ingressi dell´aula spuntino agenti della sicurezza con pistole e fucili spianati. Da qualche parte un tizio urla un poco convinto "FERMO!".
- Ad evitare che qualcuno si faccia male, presidente - intima l´aggressore, con un vocione roco, profondo, un po´ affannato, e uno spiccato accento calabrese - ordini a quei signori di abbassare le armi, indietreggiare con calma e chiudere accuratamente tutte le porte. Dalla posizione della mia pistola, può immaginare chi è che si farà male per prima, e più di tutti.
Il presidente della camera avverte vicino alla fronte il calore della canna ancora rovente per il colpo esploso, osserva i frammenti di vetro caduti giù dalla volta, e decide che, se pure la faccenda dovrà essere risolta con un atto di forza, non è quello il momento più opportuno per provarci.
Le parole dell´uomo con la pistola, catturate dal suo microfono, sono echeggiate nell´intera aula, per cui non ha bisogno di ripeterle. - Fate come ha detto - farfuglia allo stesso microfono, rivolto alle guardie.
- Dovranno essere chiuse anche le porte delle tribune - aggiunge il gigante. - I signori del pubblico possono scegliere se allontanarsi o restare ai loro posti ad assistere. Onestamente, mi sento di sconsigliare la seconda opzione.
Un momento di esitazione, poi l´ordine viene eseguito. Gli uomini della sicurezza abbassano le armi, si scambiano un´occhiata confusa, indietreggiano. Qualcuno comincia a chiudere i massicci portoni che bloccano l´accesso all´aula. Le tribune, con molta premura, si svuotano quasi del tutto.
Nei posti in fondo un po´ di agitazione. Qualcuno, probabilmente, sta pensando di defilarsi prima che quei passaggi vengano bloccati.
- Vorrei sconsigliare agli onorevoli presenti qualunque maldestro tentativo di fuga. La mia mira non è eccezionale, ma i miei amici sulle tribune sono in una posizione privilegiata, e non sbaglierebbero il tiro, se fosse necessario.
Mentre i portoni si chiudono completamente, tutti i presenti guardano all´indietro, verso i palchi per il pubblico. Da tre di essi, distribuiti sull´intero arco, altrettanti uomini, unici rimasti, in giacca e cravatta come richiesto dal protocollo, stanno puntando nella sala delle minuscole automatiche. Le armi sono piccole e non si vedono molto bene, ma la postura delle mani che le stringono non dà spazio a dubbi.
Le porte vengono chiuse silenziosamente. È la prima volta che gli ospiti dell´aula fanno caso alla loro possanza.
Il gigante torna a rivolgersi al presidente della camera, ma sempre con la bocca vicino al microfono: - Comunicazione di servizio. Le riprese televisive… immagino saranno state interrotte al mio ingresso… dovranno essere ripristinate immediatamente. Oltre che su satellite, dovranno essere trasmesse a reti unificate sui tre canali nazionali, e non dovrà essere negato alle emittenti private che lo richiederanno di partecipare alla diffusione di questa assemblea, cosa che, ne sono certo, non dispiacerà a nessuna. Dopo di che la seduta avrà inizio. Inoltre sarà bene che tutte le questure e i tribunali in Italia seguano la trasmissione, più avanti sarà richiesta la loro collaborazione.
- Non ho alcun modo di garantirle questo - risponde Martinetti. - Non sono in cabina di regia, e non sarei nemmeno in grado di verificare la diffusione in rete di questa… seduta.
- Alla verifica penso io - spiega il gigante, estraendo dalla tasca interna della giacca, con la mano libera, un minuscolo telefono cellulare. Lo accende, seleziona un numero dalla rubrica, fa partire la chiamata, ed avvicina l´apparecchio al microfono. Nell´aula echeggiano due, tre impulsi, segno che il destinatario è stato raggiunto.
Chiude la chiamata e continua, facendo sempre attenzione che la sua voce venga captata bene dal microfono sia per essere amplificata nell´aula, sia per raggiungere gli spettatori all´esterno. - Fra esattamente cinque minuti a partire da adesso riceverò una telefonata, da un cabina pubblica, che mi informerà se la messa in onda di ciò che sta avvenendo qua dentro sarà stata effettuata come richiesto. La stessa persona provvederà ad avvisarmi qualora la trasmissione dovesse interrompersi per qualunque motivo. Per questo, suggerisco di non mettere alla regia qualcuno dei soliti raccomandati dei telegiornali. Qui, servizi che non partono non ce ne dovranno essere. Sulla garanzia, invece, sarà proprio lei ad offrirmela, presidente, perché la sua testa è giusto davanti alla canna della mia pistola. Se la comunicazione che riceverò non sarà di mio gradimento, io sparerò. E da questa distanza escludo di poter sbagliare mira.
Il presidente Martinetti appare esitante. - Io… non so che dirle. Non dipende da me.
- Lo so, dipende dai signori che se ne stanno accucciati fuori di quest´aula attendendo un nostro passo falso. Ho il dovere di avvertirli - declama sempre al microfono - che sarà un´attesa molto lunga. Per quello che riguarda le questure, non ho modo di controllare, ma consiglio caldamente che siano tutte allertate. Nel corso della seduta sarà richiesto il loro intervento, ed in mancanza di riscontro qualcuno ci rimetterà le penne. Se lo avrà meritato, poco male… ma sarebbe triste se morisse solo perché in qualche commissariato avevano il televisore spento. Quindi, presidente, se vuole collaborare, cortesemente…
L´onorevole Martinetti, dopo un gesto sconsolato, si protende verso il microfono. - Cercate di soddisfare… le richieste di quest´uomo.
- Bene, la ringrazio - continua il gigante. - Nell´attesa, urge un´altra comunicazione di servizio, visto che non posso stare in eterno con la pistola poggiata sulla sua testa. Non sarebbe carino nei suoi confronti, presidente… e il braccio mi cadrebbe a pezzi in meno di mezz´ora. - Fa scorrere con calma lo sguardo lungo tutte le file di banchi che ha davanti, tira un respiro profondo, e finalmente spiega: - Informo gli onorevoli presenti, e le persone che ci seguono all´esterno, che l´aula è minata, ed uno dei miei amici stringe in mano un telecomando che, se rilasciato, farà saltare in aria l´intero emiciclo, e tutto quello che contiene.
Un nuovo vocio, stavolta seriamente allarmato, si leva dai banchi.
- Se qualcuno spara e mi colpisce, il mio amico rilascerà il pulsante. Se qualcuno spara e colpisce il mio amico, il pulsante si rilascerà da solo. In entrambi i casi, questo bel salone farà un gran botto. Forse si salverà il fregio pittorico, ma non si salveranno questi stupendi arredi, i due famosi orologi… tutta roba che appartiene allo stato italiano. Un vero peccato.
- E… e noi? - chiede timidamente uno dei deputati in prima fila.
- Beh, non è stato un lavoro facile. Alcuni punti sono rimasti scoperti. Una parte di lor signori potrebbe salvarsi. Non sono in grado di dire chi, ma se anche lo fossi non lo farei. Se qualcuno ritiene di essere fortunato e vuole tentare, ha… diciamo… una probabilità su tre di cavarsela. Gli altri seguiranno la sorte di mobili e suppellettili… ma per questi gentiluomini non saranno in molti a dispiacersi.
Il vocio si spegne di colpo. Per un lungo istante, i rappresentanti del popolo italiano smettono di usare la bocca e mettono in funzione la loro materia cerebrale.
Dovrebbero farlo più spesso.
Ma purtroppo non capita tutti i giorni di ritrovarsi seduti su una bomba.
Il presidente della camera prova a smentirlo. - È un bluff. Non c´è modo di fare quello che ha detto.
Il gigante dai capelli bianchi gli offre un largo sorriso. - Secondo lei, c´era modo di portare qua dentro l´affare che ha a due centimetri dalla tempia?
- Un pistola può anche sfuggire ai controlli… ma minare l´aula… andiamo!
Il colloquio, davanti al microfono sempre acceso, viene amplificato e seguito da tutti i presenti in aula. Dai banchi sottostanti, i membri del governo approvano. Senza troppa enfasi, magari, ma con sufficiente decisione.
- Ci aspettavamo quest´obiezione, presidente. E, come può immaginare, ci teniamo a dissipare qualsiasi minimo dubbio sulle nostre affermazioni. La chiarezza è sempre un elemento di grande importanza, ma in situazioni come questa diventa assolutamente fondamentale. Dovreste seguire il nostro esempio, onorevoli, acquistereste molto più credito presso i vostri elettori.
Il presidente distoglie un momento lo sguardo, imbarazzato, ma si riprende subito e lo riporta sul suo aggressore con un´espressione di sfida.
- Per questo motivo abbiamo preparato una piccola dimostrazione - continua l´uomo rivolto all´assemblea. - I signori onorevoli dell´estrema destra dovrebbero essere così gentili da tapparsi il naso e spostarsi verso i banchi della sinistra. Ci sono molte sedie vuote, potranno anche accomodarsi al posto dei loro fortunati colleghi assenti… oggi saremo un po´ meno formali del solito.
Sono solo un paio, su in cima, accanto ai quali il corpulento intruso era caduto poco prima, ad obbedire in fretta. Hanno già avuto la loro dose di emozioni, per oggi, e non intendono gustarsi alcun supplemento. Gli altri restano immobili, chi in un vago quanto esitante segno di protesta, chi perché non sa come comportarsi.
- Informo gli onorevoli testardi che quei banchi stanno per saltare in aria. Non sarà salutare trovarsi nei paraggi.
Qualcun altro si alza ed esegue. Uno dei parlamentari interessati si sistema il microfono e declama: - Quest´aula è sorvegliata ventiquattr´ore su ventiquattro. Non c´è nessun modo di fare quello che lei ha detto.
Un sommesso coro di approvazione dai posti più lontani, in particolare all´estrema sinistra.
Sorprendente!
Lo sconosciuto aggressore abbassa la pistola, e, con la sinistra, mostra ancora una volta il minuscolo telefono cellulare con cui, un minuto prima, ha contattato i complici inviando quei pochi squilli.
- Onorevole… può dirmi il suo nome, gentilmente? - chiede, mentre seleziona un altro numero dalla sua rubrica. - La mia vista non è più tanto buona, e non riesco a leggere la scritta sul suo segnaposto.
- Sono il deputato Agazio De Rossi - risponde l´uomo, offeso. Non credeva di aver bisogno di presentarsi, o di dover mostrare il proprio nome scritto su un cartello.
- Bene, onorevole De Rossi… Io adesso conterò fino a dieci, dopodiché chiamerò il telefonino collegato alla carica piazzata poco più su del suo fondo schiena, pressappoco sotto la sedia in cima all´angolo. Può scegliere se insistere con la sua sfida e magari andarsi a sedere proprio lì, o se spostarsi come i suoi colleghi. Preferirei che optasse per la seconda alternativa, perché vorrei che dopo fosse ancora sufficientemente integro per riconoscerci il lavoro fatto in barba al vostro servizio di sorveglianza.
Tutti gli altri rimasti si alzano in fretta per allontanarsi dal luogo indicato, mentre il gigante canuto comincia a contare: - Uno… due… tre…
L´onorevole De Rossi ha voglia di dimostrare di essere un duro.
- Onorevole… se si sposta, e non succede niente, può togliersi il gusto di ridermi in faccia, non crede? Se rimane lì, invece, non riderà nessuno. Tanto meno lei.
L´onorevole non si muove.
L´intruso alza le spalle e continua: - Quattro… cinque… sei… sette…
L´onorevole De Rossi appare un po´ titubante, ora.
- Otto… nove…
Il parlamentare comincia, quasi impercettibilmente, a spostarsi verso sinistra.
- Dieci. Signori, vi consiglio di tapparvi le orecchie. - Torna a sollevare il cellulare per mostrarlo all´assemblea, porta il dito sul pulsante di chiamata, preme. È allora che l´onorevole De Rossi si dà precipitosamente alla fuga, passando dietro e sopra le sedie dei suoi vicini.
Con un boato che fa tremare l´intera aula, i posti in cima all´estrema destra saltano in aria scagliando in giro frammenti di legno scuro.
- Saggia decisione, onorevole De Rossi - dichiara al microfono il gigante, quando finalmente gli echi si spengono. Nessuna voce si leva in risposta. L´uomo prosegue: - È il caso che i commessi si affrettino a prendere qualche secchio d´acqua e spengano quelle fiamme prima che si propaghino.
Un attimo di incertezza fra gli addetti all´aula, poi un gesto con il capo del presidente intima l´ordine, e due impiegati corrono a provvedere.
Il principio di incendio è presto domato, sotto lo sguardo attento e apprensivo di tutti i presenti.
- Ma cos´è questo, un colpo di stato? - chiede Martinetti, tremando. Ora è davvero impressionato.
- Preside´, e che diavolo! Le sembro un generale? Se anche volessi, non saprei come si fa a governare un paese. No, vogliamo solo assistere ad una riunione un po´ più interessante del solito. Basterà cambiare l´ordine del giorno, e il resto è tutto vostro. Intanto, devo chiederle di far portare una scala. I miei amici lassù non hanno la mia agilità, ma preferirei che prendessero ugualmente parte più da vicino alla nostra cordiale riunione.
- Una scala? E dove la prendo una scala? Le faccio rispettosamente notare che siamo in parlamento, non in un cantiere edile.
Il gigante dai capelli bianchi spegne il sorriso che sta esibendo, alza di nuovo la pistola e torna a poggiare la canna sulla testa dell´onorevole.
- In questa baracca terrete di sicuro alla pulizia. Da qualche parte ci sarà uno sgabuzzino dove gli addetti conservano i loro attrezzi, e se qui, con la mania di grandezza che avete, usate delle gru o dei carrelli elevatori, va bene lo stesso. Purché compaia presto questa maledetta scala, o io le faccio rispettosamente saltare il cervello.
L´onorevole Martinetti non trova altro da obiettare. Si gira verso il microfono e dice: - Portate una scala.
Un discreto trillo attrae l´attenzione del gigante. Riprende il cellulare, preme il pulsante per accettare la chiamata, lo porta all´orecchio un secondo. Annuisce, chiude la comunicazione senza una parola, e annuncia: - Bene, signori, siamo in onda. Possiamo cominciare.

Se nella grande aula di Montecitorio c´è un po´ di marasma, quello che si scatena fuori è un vero e proprio pandemonio.
Intanto, negli uffici della security, c´è un ufficiale che sbraita contro i suoi sottoposti pretendendo di sapere come hanno fatto quattro persone a minare prima l´aula e ad entrare ora con una pistola ciascuno. Il suo vice, nel frattempo, si attacca al telefono e chiama il capo della polizia dottor Antonio Gennariello, descrivendogli in breve i drammatici avvenimenti che stanno avendo luogo nell´adiacente salone. Il dottor Gennariello, dopo gli inevitabili commenti increduli ("non è possibile", "com´è potuto accadere", ecc. ecc.) chiama immediatamente il prefetto dottor Gaspare Ferrarini, al quale espone per sommi capi i terribili fatti di cui è venuto a conoscenza. Il dottor Ferrarini, sempre dopo gli inevitabili commenti increduli ("non è possibile", "com´è potuto accadere", ecc. ecc.), telefona senza indugio alcuno al Capo di Stato Maggiore della Difesa ammiraglio Riccardo De Tommaso, per ragguagliarlo sulla situazione. La prima reazione dell´ammiraglio è di pura incredulità ("non è possibile", "com´è potuto accadere", ecc. ecc.), ma da uomo d´azione qual è non attende oltre e telefona al Capo di Stato Maggiore dell´Esercito, generale di corpo d´armata Antonio Ricciardi. Tralasciamo i commenti (increduli, tipo "non è possibile", "com´è potuto accadere", ecc. ecc.? Sì, avete indovinato) del generale, perché il tempo stringe ed è necessario intervenire con somma urgenza, e alla fine della comunicazione parte la chiamata per il Sottocapo di Stato Maggiore dell´Esercito, generale di corpo d´armata Filiberto Battisti. Questi, dopo aver commentato "non è possibile", "com´è potuto accadere" ecc. ecc. telefona al Comandante delle Forze Operative Terrestri, generale di divisione Mario Ceccarini, che, dopo aver mostrato un minimo di originalità chiedendo prima "com´è potuto accadere", ed esclamando poi "non è possibile", contatta all´istante il Comandante della Brigata Meccanizzata Granatieri di Sardegna generale di brigata Giuseppe Maranelli, il quale…
Gli diamo un taglio, che ne dite?
Bene, allora… mentre in aula arriva la scala, gli altri tre terroristi raggiungono il loro compagno al banco della presidenza, e comincia a scapparci il primo morto, la città di Roma viene invasa dalle forze militari del 1° Reggimento "Granatieri di Sardegna" e dell´8° Reggimento "Lancieri di Montebello", e messa sotto immediato coprifuoco.
Le strade sono tutte bloccate. La gente viene fatta rientrare nelle proprie case, se nelle vicinanze, o nei negozi circostanti. Nessuno può uscire da dove si trova, alunni e docenti dalle scuole, impiegati dagli uffici, ministeriali dai bar, pazienti dagli studi medici ed avvenenti signore dai loro… "parrucchieri".
Quelli al momento bloccati nel traffico cittadino hanno due opzioni: rimanere chiusi nelle loro auto, a motore spento e quindi niente aria condizionata, sotto uno splendido sole di settembre, non incarognito come in agosto ma pur sempre cocente se vi si indugia sotto troppo a lungo, o rifugiarsi in fretta nei circostanti esercizi commerciali, siano essi bar, saloni da barba, drogherie o sexy shop, anche senza obbligo di acquisto alcuno. L´importante è che nessun mezzo, neppure pubblico, si muova per le strade, e nessun incauto se ne vada a passeggio sui marciapiedi.
Col nervosismo che c´è in giro, sarà molto salubre evitare di fare entrambe le cose.
I più grossi spiegamenti, ovviamente, nelle più importanti sedi istituzionali. Palazzo Madama e palazzo Chigi vengono transennati e protetti da tiratori scelti appostati un po´ dovunque. Il generale di corpo d´armata Filiberto Battisti in persona guida le forze che si insediano al Quirinale. Ingressi e uscite vengono bloccati, le truppe si dispongono sia lungo il perimetro esterno del palazzo che nei suoi corridoi, mentre il generale raggiunge e ragguaglia il capo dello stato, presidente Bolognesi, che in quel momento è a colloquio, per una visita ufficiale, con il neo-auto-insediatosi (in seguito all´ennesimo colpo di stato) presidente dello stato africano dello ´Nduru Assai, il quale cerca di tranquillizzare l´esagitato Bolognesi facendogli i complimenti per la calda accoglienza, che lo ha fatto sentire esattamente come a casa sua (cosa che invece fa aumentare ancora di più lo scoramento del nostro presidente).
A Montecitorio, ovviamente, è riservato lo spiegamento di forze più massiccio: ogni via, ogni traversa, ogni finestra, portone o tetto pullula di militari in assetto di guerra, armati di tutto punto, pronti a setacciare ogni nuovo arrivo (nessuno, visto che la città è totalmente bloccata), e a controllare a debita distanza i portoni chiusi del palazzo, all´esterno, e dell´aula all´interno. Non si riesce a portare un autoblindo nel Transatlantico, ma sacchi di sabbia e rotoli di filo spinato isolano rapidamente la sala in cui ha luogo l´assemblea.

Mentre la scala richiesta viene portata, ed uno alla volta i tre complici scendono dalle tribune per raggiungere il gigante dai capelli bianchi al centro dell´emiciclo, questi, saldamente attaccato al microfono, comincia a fare qualche annuncio.
- Prima di tutto - esordisce, guardando verso un punto dove crede di aver intravisto una telecamera - un saluto ai gentili telespettatori che vorranno usarci la cortesia di seguire il programma. Credo di poter garantire che, oggi, la diretta dall´aula di Montecitorio sarà meno noiosa del solito, e molto più interessante, se gli onorevoli presenti offriranno la loro disponibilità alla riuscita dello spettacolo. Cosa di cui sono più che convinto - aggiunge, agitando la pistola che stringe nel pugno. Dopo di che attende pazientemente di essere affiancato dai suoi compagni.
L´aspetto degli altri tre è notevolmente più ordinario rispetto a quello del protagonista dell´incredibile irruzione. Il primo ad arrivare è sul metro e ottanta scarso, longilineo, atletico, di bell´aspetto, nonostante i capelli abbondantemente brizzolati. Potrebbe permettersi di fare l´attore. Si avvicina al presidente Martinetti, arma in pugno, e gli fa, con una voce ben impostata, priva di accenti, da fine dicitore: - Quand´ero ragazzo facevo a pugni coi fascisti, davanti al liceo. Non avrei mai pensato, allora, che avrei puntato una pistola contro un compagno… e che ci avrei pure preso un gusto da matti.
Gli altri due sono più minuti, sul metro e sessanta, occhialuti, uno per bisogno, l´altro forse per atteggio, considerato che là dentro non c´è la necessità di proteggersi dal riverbero del sole con un paio di lenti nerofumo, anche loro coi capelli ingrigiti da un´età che non tenta di nascondere neanche un giorno, e più che terroristi sembrano ragionieri alla Fantozzi. Uno, con una folta barba, sembra particolarmente a disagio, forse perché le lenti scure dei suoi occhiali non sono particolarmente indicate per la moderata luminosità dell´ambiente, e non emette un suono, tranne quello, un po´ affannoso, del suo respiro. Il suo compagno mostra di sentirsi più a suo agio, e, appena raggiunto il banco della presidenza, si leva giacca e cravatta, sbuffando, anche lui con accento calabrese, anche se un po´ meno marcato: - Finalmente, non ne potevo più. Mi sembrava di essere un pinguino.
- Guarda che i pinguini indossano il frac - gli fa notare il gigante, allargando però anche il nodo della sua cravatta e sbottonando il colletto della camicia.
- Beh… sempre pollo mi sentivo - ribatte quello. Poi: - Procediamo?
Il gigante acconsente, ripetendo: - Procediamo.
Una breve pausa, guarda i suoi compagni e rivolge loro un cenno d´intesa. L´aula, pur se con molta cautela, prende a rumoreggiare.
Il gigante continua a spiegare: - Il lavoro che ci attende sarà piuttosto lungo, per cui si dovranno evitare inutili perdite di tempo con tentennamenti e giochetti vari. Perciò, prima di andare avanti, investiremo qualche ultimo minuto per chiarire il concetto oltre ogni ragionevole dubbio. Avrei bisogno di un volontario. Si offre qualcuno, cortesemente?
Nessun volontario, come prevedibile.
Il gigante dai capelli bianchi fa scorrere il suo sguardo per tutta l´aula, lentamente, studiando quasi ogni faccia, ogni espressione. Poi si ferma su una persona seduta fra i banchi dell´estrema sinistra. - Lei, ha un aspetto simpatico. Vuole prestarsi gentilmente a fare da testimonial per il nostro ultimo messaggio?
L´interpellato si alza e indietreggia spaventato, dando così modo ai compagni dell´omaccione di individuarlo. È un tipo con due profonde occhiaie, minuto, stempiato. I due simil-ragionieri si dirigono verso di lui, con le mani armate di pistola abbandonate lungo il fianco. Non vogliono apparire minacciosi.
- Le nostre pistole le vedete bene - commenta intanto il gigante al banco della presidenza. - E abbiamo dimostrato, con quel piccolo fuoco d´artificio di poco fa, che molti di lor signori sono seduti su un quantitativo tale di esplosivo da rendere non riconoscibile… o, meglio, non ricomponibile, i rispettivi onorevoli deretani…
Il parlamentare prescelto viene raggiunto dai due complici. L´uomo ha un attimo di esitazione, guarda dietro di sé, forse sta contemplando la possibilità di tentare la fuga. Alla fine abbassa il capo e accetta di seguirli, senza rendere necessario l´uso della forza o di qualsiasi minaccia. Scortato dai due, scende i gradini e si avvicina al banco della presidenza.
- Voglio sperare che con questo piccolo, ultimo esperimento riusciamo a far capire, alle persone che ci seguono, sia dentro che fuori l´aula, quanto sia… vitale… che le nostre istruzioni siano seguite alla lettera - chiarisce il gigante. Poi, rivolto al parlamentare scelto prima: - Onorevole…?
- Iacchetti - risponde quello, titubante. - Domenico Iacchetti.
- Oh, bene. Onorevole Iacchetti… Onorevole, la ringrazio molto per la sua preziosa collaborazione. - Con un ampio sorriso, allunga la mano armata verso il parlamentare. - Oh, mi scusi - fa, impacciato. Sposta la rivoltella nella sinistra, e torna ad offrire la destra.
L´onorevole gliela stringe, imbarazzato, ma un po´ più calmo.
Il gigante ripassa la pistola nella destra, punta contro il petto dell´uomo e spara.
Dai banchi di fronte, l´urlo di raccapriccio di alcune deputate si unisce al rimbombo dell´esplosione.
Il parlamentare sobbalza, portando la mano al petto. Una larga macchia rossa si allarga sulla camicia, e comincia a colare giù fra le sue dita. Guarda stupito il gigante, si inginocchia tremante, e infine stramazza a terra ai suoi piedi.
Un mormorio di ribrezzo si leva dai banchi. Il presidente Martinetti indietreggia inorridito.
L´uomo enorme dai capelli bianchi riprende a parlare. Ogni traccia di affabilità è scomparsa dalla sua voce, ora. Il suo tono è duro, deciso, tagliente come una lama ben affilata. - E adesso ascoltatemi bene. Tutti, in aula e fuori. Non ripeterò quello che sto per dire.
Fa una pausa, per verificare che tutti, lì dentro, gli stiano prestando l´attenzione richiesta.
La risposta dell´aula dovrebbe essere uno specchio di ciò che accade fuori.
- Abbiamo molto da fare, e poco tempo per farlo, quindi non ne sprecherò altro per ribadire ancora una volta questo concetto: non siamo qui per scherzare. E come non scherziamo noi, non dovrà scherzare nessun altro.
Si interrompe un attimo per dare maggiore enfasi alle prossime parole: - Ad ogni indugio, morirà qualcuno.
Nuova pausa.
- Ad ogni ritardo, morirà qualcuno.
Altra pausa. Il suo sguardo fa il giro dell´aula, per controllare se il messaggio è recepito come conviene dai suoi ascoltatori.
- Ad ogni incomprensione, morirà qualcuno. Ad ogni minima contrarietà, quest´augusta assemblea perderà un rappresentante. Ed in caso di qualunque azione che possa essere da noi interpretata come offensiva, una grossa fetta dell´aula, con tutto quello che contiene, sarà ridotta in briciole.
- Morirete anche voi, in questo caso - obietta l´onorevole De Rossi, ancora inviperito per la sceneggiata di poco prima.
- Non abbiamo mai pensato di lasciare quest´aula da vivi, onorevole. Noi quattro siamo già uomini morti. Perché qualcuno, oltre quella porta, prima o poi perderà la testa e farà qualcosa che non deve, magari. Ma anche se tutti faranno i bravi, nessuno di noi è disposto a finire i suoi anni chiuso in una cella, una volta conclusa l´operazione. L´unica differenza consisterà nel fatto che ce ne andiamo da soli, o in compagnia. E questo dipenderà esclusivamente da voi.
L´onorevole Martinetti distoglie solo ora lo sguardo dal cadavere ai piedi del terrorista. Pare confuso, come se non avesse capito bene. Chiede, con voce tremante dalla paura e, insieme, dall´ira: - Ma cosa siete, terroristi? Brigatisti rossi?
- Peggio, preside´ - scandisce il gigante a denti stretti. - Incazzati neri.




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